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«Le operazioni o le speculazioni della mafia e della criminalità
organizzata che hanno un impatto fortemente devastante sul territorio
e sull'ambiente».
Con questa definizione il dizionario della lingua italiana curato
da Devoto e Oli spiega il significato del termine ecomafia. Se il
termine esprime chiaramente l'intreccio esistente tra le attività
criminali e il settore dell'ambiente, resta tuttavia da precisare
quali siano le principali attività riconducibili all'ecomafia
e quale evoluzione abbiano conosciuto.
Nel 1994, quando per la prima volta Legambiente introdusse questo
termine, il riferimento d'obbligo andava alle attività
illecite che la criminalità organizzata compiva all'interno
dei cicli dei rifiuti e del cemento. Oggi, alle violazioni in materia
di rifiuti e di edilizia, si sono aggiunti il commercio abusivo di
specie protette, il traffico illegale di legname e il fenomeno di
aggressione criminale al patrimonio artistico e archeologico.
In generale è possibile affermare che le associazioni criminali
di stampo mafioso, costantemente alla ricerca di settori economici
dai profitti certi e consistenti, guardino con molto interesse a quelle
attività imprenditoriali che hanno una ricaduta diretta o indiretta
nel settore ambientale. Inoltre, una legislazione nazionale che attualmente
non prevede nel Codice penale i reati ambientali, costituisce un incentivo
in questa direzione. Non a caso, quasi tutte le relazioni con cui
si è inaugurato l'anno giudiziario in corso hanno evidenziato
come i reati ambientali abbiano dei termini di prescrizione brevissimi,
ma soprattutto che, per gli stessi, non è ipotizzato il reato
di associazione a delinquere. In tale contesto legislativo, dove manca
qualunque effetto deterrente e repressivo, le associazioni mafiose,
oltre a compiere reati strutturali (le estorsioni, e il traffico di
stupefacenti e di armi), divengono «gestori di servizi»
finanziari, commerciali e industriali collegati ai settori ambientali.
Il Rapporto Ecomafia 2003, redatto da Legambiente, esprime in cifre
il business dell'attività della criminalità organizzata
ai danni dell'ambiente: 16,6 miliardi di euro nel 2002. Le principali
attività che vedono coinvolte maggiormente la criminalità
organizzata sono quelle relative all'abusivismo edilizio (2,1
miliardi), al traffico dei rifiuti (2,5 miliardi), al racket di animali
(3 miliardi). Ma il settore più redditizio è senza dubbio
quello degli appalti pubblici, dove sono stati accertati investimenti
a rischio superiori a 8 miliardi di euro in sole quattro Regioni (Calabria,
Campania, Puglia e Sicilia). Si tratta del mercato delle opere pubbliche,
gestito da clan mafiosi, che costituiscono dei veri e propri monopoli
imprenditoriali.
Ecomafia e cemento
La relazione che intercorre tra l'ecomafia e il ciclo illegale
del cemento conosce la sua origine nelle attività estrattive.
La situazione più drammatica si registra in provincia di Caserta,
dove vi sono circa 220 cave abusive; altrettanto critica è
la situazione della provincia di Salerno, seguita da quella della
Calabria. Sarebbe comunque riduttivo circoscrivere le preoccupazioni
relative al ciclo del cemento al solo Mezzogiorno. È significativo,
ad esempio, il dato che colloca il Lazio al terzo posto tra le Regioni
italiane per numero di infrazioni accertate, dopo Campania e Calabria,
nonché il fatto che importanti inchieste giudiziarie hanno
riguardato il Nord-Est, portando alla luce l'esistenza di una
vera e propria associazione a delinquere specializzata nei furti di
sabbia sui fiumi Po, Adige e Brenta, anche in zone protette.
Dal punto di vista legislativo, non esiste nessuna norma che preveda
esplicitamente il reato di «coltivazione» abusiva di cava,
cosicché quest'ultima rappresenta il primo passo per
compiere altre violazioni in materia ambientale. Infatti, la cava
diventa il luogo ideale dove smaltire rifiuti in modo illecito, far
fluire illegalmente acque inquinate, installare abusivamente tralicci
elettrici, e così via. Attualmente, esiste il pericolo che
fenomeni di ecomafia strettamente collegati al ciclo del cemento conoscano
un'ascesa parallela alla stagione di rilancio delle opere pubbliche.
Per quanto riguarda l'abusivismo edilizio, nel 2002 si sono
superate le 30mila costruzioni illegali, con un incremento del 9%
rispetto all'anno precedente. Si inverte così bruscamente
un ciclo virtuoso cominciato nel 1999, che aveva visto decrescere
costantemente il numero di costruzioni abusive. Nell'ordine
sono la Campania, la Sicilia, la Puglia e la Calabria le Regioni più
colpite dal fenomeno: in esse infatti è concentrato il 55%
dell'abusivismo edilizio, con poco più di un'abitazione
su quattro costruita illegalmente solo nel 2002.
Secondo diverse relazioni con cui i Procuratori Generali delle Corti
d'Appello hanno inaugurato l'anno giudiziario in corso,
la principale causa scatenante di questa inversione di tendenza, relativa
alle violazioni in materia edilizia e urbanistica, è da attribuire
all'annuncio da parte di esponenti del Governo del terzo condono
edilizio. L'effetto moltiplicatore dei reati si accompagna a
una generale situazione di assenza di controllo, all'interno
della quale le demolizioni effettivamente realizzate rappresentano
delle vere e proprie eccezioni.
Il traffico illegale di rifiuti
Un altro versante tradizionale dell'ecomafia è quello
del ciclo illegale dei rifiuti. Fin dagli anni Settanta, le organizzazioni
criminali di tipo mafioso, comportandosi come vere e proprie imprese
attente ai settori economici più remunerativi, hanno colto
l'enorme opportunità di guadagno che offre lo smaltimento
dei rifiuti. Sono molteplici le materie oggetto del traffico: dai
rifiuti solidi urbani ai rottami ferrosi contaminati, dai rifiuti
radioattivi di prevalente provenienza ospedaliera alle sostanze ad
alto contenuto tossico. Il traffico dei rifiuti è agevolato
da meccanismi illegali ben collaudati, che prevedono la declassificazione
fittizia dei rifiuti mediante la falsificazione dei relativi documenti
di trasporto, la conseguente immissione nel circuito legale dei residui
riutilizzabili, con l'invio nelle discariche, per lo più
abusive, non idonee a ricevere tali rifiuti. In tal modo, grazie alla
contraffazione delle bolle di accompagnamento, dove vengono registrati
i dati qualitativi e quantitativi dei rifiuti, questi ultimi compiono
apparentemente molta più strada di quanta non ne percorrano
in realtà, raggiungendo discariche autorizzate a riceverli
non nella loro veste originaria, ma dopo trattamenti in realtà
non effettuati. Un'altra modalità diffusa per il traffico
di rifiuti è quella delle cosiddette «carrette del mare»,
navi cariche di rifiuti pericolosi o radioattivi che vagano per i
mari fino ad essere abbandonate su qualche costa dei Paesi in via
di sviluppo, o che sono fatte affondare per ottenere i risarcimenti
dalle compagnie assicurative.
Il Rapporto Ecomafia 2003 mette in luce
come la Lombardia, con il 77,5% di infrazioni, guidi la classifica
degli ecoreati nei settori della gestione, trattamento e smaltimento
dei rifiuti, precedendo la Sicilia (74,9%) e la Campania (68%). Nell'intero
territorio nazionale il Corpo Forestale dello Stato ha censito 4.866
discariche abusive, per una superficie complessiva di ben 19 milioni
di metri quadrati (quattro milioni in più rispetto al 1986).
La quantità di rifiuti «sparita» nel 2002 è
di 11,2 milioni di tonnellate (costituirebbe una montagna alta 1.120
metri per tre ettari di base).
La repressione dei reati
L'art. 53 bis del decreto Ronchi (d. lgs. n. 22 del 1997), che
costituisce la fonte principale della disciplina nazionale in materia
di rifiuti, ha introdotto il reato di organizzazione di traffico illecito
di rifiuti, consentendo alle forze dell'ordine e alle autorità
giudiziarie competenti di ottenere i primi significativi risultati
nella lotta contro le organizzazioni criminali attive nella gestione
dei rifiuti. Così, nel 2002 sono state 49 le persone arrestate,
177 quelle denunciate, coinvolgendo 36 società. La prima sentenza
italiana per traffico illecito internazionale di rifiuti è
stata emessa il 14 aprile scorso dal Tribunale di Milano, condannando
otto persone per aver inviato abusivamente rifiuti dall'Italia
a Hong Kong e in Cina.
Occorre evidenziare che le «rotte delle ecomafie», riguardanti
le attività del ciclo dei rifiuti, hanno assunto un carattere
sempre più transnazionale. Non solo dall'Italia, ma da
molti Paesi industrializzati come Germania, Francia, Gran Bretagna
e Stati Uniti, partono ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti
verso Paesi dell'Africa e dell'Asia, esportando così
materiali che è troppo costoso o complicato smaltire sul proprio
territorio nazionale. Inoltre, la Commissione Parlamentare d'inchiesta
sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse,
ha verificato lo stretto legame esistente tra il commercio d'armi
e il traffico illecito dei rifiuti. In Somalia, nell'area dell'ex
Sahara spagnolo, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire),
in Mozambico è stata appurata l'esistenza di una vera
e propria weapon connection, cioè della cessione, a fazioni
in lotta, di armi pagate con la disponibilità di aree del territorio
per lo smaltimento illegale di rifiuti.
Gli abusi edilizi in Italia (2002)
Campania 5.925
Sicilia 4.250
Puglia 3.820
Calabria 2.919
Lombardia 1.901
Lazio 1.697
Veneto 1.664
Sardegna 1.482
Toscana 1.327
Abruzzo 1.252
Emilia-Romagna 958
Basilicata 871
Piemonte 836
Marche 471
Molise 393
Liguria 380
Umbria 339
Friuli-Venezia Giulia 227
Trentino-Alto Adige 109
Valle d'Aosta 0
FONTE: LEGAMBIENTE, Rapporto Ecomafia 2003
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