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Le società umane sono attraversate da mutamenti di respiro
planetario che da decenni incidono radicalmente sul tessuto sociale,
politico ed economico delle nazioni. Abitudini culturali, stili di
vita, ambienti naturali e strutture sociali sono sottoposti a forti
spinte alla trasformazione, sotto la pressione dei meccanismi propri
della globalizzazione economica.
I fenomeni migratori, con il movimento di milioni di persone dalle
aree economicamente svantaggiate del globo verso Paesi tecnologicamente
più avanzati, costituiscono uno degli aspetti più evidenti
e complessi del profondo cambiamento in atto negli equilibri geopolitici
e demografici del pianeta.
Limitando il nostro sguardo al continente europeo, i fenomeni migratori
vi hanno acquisito ormai caratteristiche strutturali e non coinvolgono
più soltanto i Paesi storicamente meta di flussi di immigrati
come il Belgio o la Germania. Alla tradizionale migrazione verso i
Paesi industrializzati del Nord Europa si è aggiunta quella
verso i Paesi dell'Europa meridionale, i quali da terre di emigrazione
- con un processo di transizione complesso e contraddittorio
durato circa un trentennio - si sono trasformati in importanti
aree di immigrazione, prima di transito e poi, nell'ultimo decennio,
anche di permanenza.
Di fronte all'intensificarsi di questo fenomeno, i Paesi europei
di vecchia immigrazione hanno inaugurato, a partire dai primi anni
Novanta, una politica sempre più restrittiva nei confronti
di migranti e profughi, e hanno esercitato forti pressioni sui Paesi
di nuova immigrazione - tra cui l'Italia -, ponendo
tra le condizioni per l'ingresso nell'Unione Europea l'adozione
di rigide strategie di chiusura delle frontiere.
Fattore nevralgico delle politiche migratorie, la regolamentazione
dei nuovi arrivi non risolve tuttavia le questioni relative agli immigrati,
ai profughi e ai beneficiari di asilo politico già insediati
stabilmente nei Paesi di accoglienza, tanto meno le difficoltà
e le esigenze espresse dalla seconda generazione. Abbandonata l'illusione
di una immigrazione temporanea, legata alle esigenze dei cicli produttivi,
i Paesi post industriali si trovano a dover riprogettare le proprie
società in uno scenario plurilingue, multietnico e multiculturale.
La complessità delle relazioni, spesso conflittuali, generate
dall'incontro e dalla convivenza di soggetti portatori di patrimoni
linguistici e tradizioni culturali eterogenei sollecita dunque interventi
volti a favorire l'accoglienza, l'inserimento e l'integrazione
degli stranieri nei nuovi contesti socioculturali, giuridici ed economici,
ma ciò senza imporre necessariamente l'omologazione ai
modelli del Paese di accoglienza e la perdita delle proprie radici.
Una definizione
Negli ultimi venti anni, di pari passo con la crisi e la disarticolazione
di ruoli sociali, strutture e forme di convivenza tradizionali, si
è sviluppata nelle società occidentali un'ampia
riflessione sul concetto di mediazione, intesa come strumento di intervento
e di approccio costruttivo alle tensioni e ai conflitti che possono
nascere nei contesti di vita e di lavoro, nonché in ambito
giuridico e penale (cfr AS, 3 [2002]
251 253).
In Italia, l'espressione «mediazione culturale»
è apparsa, con leggero ritardo rispetto ad altri Paesi europei,
nei primi anni Novanta in concomitanza con l'intensificarsi
del flusso migratorio di popolazioni molto distanti culturalmente
dai nostri usi e costumi e con il presentarsi di bisogni inediti,
di difficoltà di comunicazione, di malintesi e di veri e propri
conflitti tra i nuovi arrivati e la società italiana, il cui
volto coincide molto spesso, almeno inizialmente, con quello degli
operatori delle istituzioni e dei servizi pubblici.
Sebbene non sia stata ancora elaborata una definizione univoca del
concetto di mediazione culturale (come risulta anche dalla varietà
di termini usati per indicarla: mediazione interculturale, mediazione
linguistico culturale, interpretariato sociale, ecc.), né vi
sia una specifica normativa nazionale in materia (l'unico riferimento
esplicito ai mediatori culturali in una legge nazionale è contenuto
nella legge n. 40/1998, la cosiddetta «Turco - Napolitano»),
il confronto teorico su questo tema e le molteplici esperienze maturate
sul campo permettono di chiarirne almeno, in generale, il significato.
È possibile identificare tre piani o fasi del processo di mediazione
culturale. Essa si configura innanzitutto come insieme di pratiche
volte a rendere più agevole la comunicazione tra soggetti appartenenti
a differenti universi linguistici e culturali, indipendentemente dall'esistenza
di situazioni di tensione e di conflitto. Il processo di mediazione
consiste, a questo livello, nel facilitare il superamento degli ostacoli
comunicativi verbali e non verbali, e nel favorire la conoscenza reciproca
dei rispettivi codici e sistemi valoriali.
In secondo luogo, il concetto di mediazione fa riferimento all'area
della risoluzione di conflitti tra la famiglia immigrata e la società
di accoglienza o all'interno della famiglia stessa (si pensi
ai conflitti di coppia o tra le diverse generazioni).
In terzo luogo, la mediazione culturale implica l'idea di un
processo di cambiamento in cui l'integrazione è perseguita
attraverso l'elaborazione, comune ai nativi e agli immigrati,
di nuove norme condivise. Se quest'ultimo livello implica un'azione
collettiva e in certa misura spontanea i cui protagonisti sono le
associazioni di immigrati e i gruppi misti promotori dell'educazione
e della convivenza interculturale, i primi due aspetti rimandano invece
a una funzione e a una figura professionale specifica: quella del
mediatore e della mediatrice culturale.
Gli operatori della mediazione
Come abbiamo accennato, in Italia non esiste ancora, se non in alcune
regioni del Centro Nord, una normativa che definisca il ruolo, la
funzione e il curriculum formativo del
mediatore/mediatrice culturale, una figura professionale ancora in
fase nascente, nata negli ultimi dieci anni a partire da interventi
e percorsi formativi «pilota» attuati da enti pubblici
o del privato sociale nell'ambito delle relazioni interculturali.
Anche all'estero il confronto su ruoli e funzioni è ancora
in corso. Ma proprio grazie alle esperienze maturate dai primi servizi
di mediazione attivati in Italia, è possibile identificare
con una certa precisione il profilo e una serie di funzioni fondamentali
dei mediatori/mediatrici culturali.
L'interpretariato linguistico e culturale è ovviamente
uno dei compiti di base che tali figure si trovano a svolgere quotidianamente
nei luoghi in cui operano. A partire dalla propria condizione di stranieri
con un vissuto migratorio alle spalle, ma dotati di un'ottima
conoscenza della lingua, della cultura e delle istituzioni italiane,
essi aiutano operatori e utenti dei servizi a superare le difficoltà
linguistiche e gli equivoci generati dalla differente appartenenza
culturale, non limitandosi alla mera traduzione, ma promovendo la
conoscenza reciproca di abitudini e valori, chiarendo i presupposti
e le ragioni alla base di una richiesta o di un rifiuto, illustrando
il senso dei codici comunicativi utilizzati, favorendo una relazione
positiva tra soggetti di culture diverse per evitare conflitti e discriminazioni.
Per consentire pari opportunità nell'accesso ai servizi
pubblici, i mediatori culturali si fanno anche carico di spiegare
agli immigrati la struttura e le modalità di funzionamento
delle istituzioni cui si rivolgono, i diritti e i doveri degli utenti,
le competenze e i limiti di un servizio, le normative e le legislazioni
vigenti nel Paese di accoglienza.
Altrettanto importante è l'azione di informazione, rivolta
ai nativi e agli operatori dei servizi, sulle logiche, i codici e
le norme culturali e religiose cui gli immigrati fanno riferimento,
sottolineando la delicatezza della fase attraversata dallo straniero
in via di integrazione, privo per la propria condizione di migrante
della rete di relazioni, di conoscenze e dell'insieme di strumenti
di cui godeva nel Paese di provenienza. Questo aspetto specifico della
funzione del mediatore si concretizza non soltanto nel sostegno alla
comunicazione della coppia utente operatore, ma coinvolge altri attori
sociali e istituzionali tramite la promozione di eventi e iniziative
finalizzate alla diffusione della conoscenza delle culture degli immigrati
e al mantenimento della loro identità culturale.
Il mediatore culturale è dunque una figura strategica sia per
gli immigrati sostenuti nel processo di integrazione, sia per chi
istituzionalmente deve interagire con un'utenza culturalmente
eterogenea e comprenderne bisogni reali, fornendo risposte adeguate.
Sebbene un altro elemento del processo di mediazione sia il contributo
alla verifica e alla riprogettazione dei servizi in chiave multietnica,
l'attività di mediazione non comporta tuttavia il sostituirsi
agli operatori o ai loro utenti: agente di integrazione e di cambiamento,
il mediatore svolge piuttosto una «funzione ponte» -
non a caso in Francia si parla, ad esempio, di femmes
relais -, un ruolo di canale di comunicazione privilegiato
che si pone in relazione triangolare con i soggetti con cui lavora.
Il suo compito consiste dunque nell'aiutare la relazione di
aiuto, operando nella prospettiva dell'empowerment.
I luoghi della mediazione
L'opera dei mediatori culturali si rende necessaria in tutti
quei contesti, pubblici e privati, i cui attori esprimano un retroterra
culturale eterogeneo. Istituzioni e servizi pubblici di vario tipo
hanno cominciato ad attrezzarsi (seppure con ritardo e in maniera
ancora non sistematica) per rispondere alla esigenze di una utenza
multietnica. I luoghi in cui può essere esercitata la funzione
di mediazione, oltre alle già citate associazioni di immigrati
e di italiani sensibili ai temi dell'intercultura, sono principalmente
le scuole, i presidi sanitari, le questure, gli uffici municipali,
gli istituti di pena.
In ambito scolastico, i mediatori intervengono per facilitare l'inserimento
dei bambini e adolescenti figli di immigrati nel nuovo contesto educativo,
collaborando con gli insegnanti al fine di ridurre i rischi di incomprensione
e di emarginazione insiti nella differenza culturale e linguistica.
In tale contesto, così come in quello sanitario, i mediatori
e soprattutto le mediatrici diventano il canale principale del dialogo
tra l'istituzione e l'ambiente familiare, che su temi
delicati come l'educazione dei figli, la tutela della salute,
il rapporto uomo donna, medico paziente, ecc., molto spesso condivide
ed esprime abitudini e valori diversi, se non opposti alle finalità
dei servizi e ai principi condivisi dalla nostra società.
Ma anche presso gli sportelli municipali, i posti di polizia e soprattutto
nelle carceri (nelle quali circa il 30% dei detenuti è attualmente
di origine straniera), i mediatori svolgono un'importante opera
di facilitazione della comunicazione non solo linguistica, tutelando
i diritti della popolazione immigrata, socialmente più fragile
ed esposta di quella autoctona, e coadiuvando gli operatori nel processo
di conoscenza delle differenze culturali di cui i loro interlocutori
immigrati sono portatori, cercando di prevenire così l'insorgere
di incomprensioni e di risolvere i conflitti esistenti.
Ben si comprende, allora, come quella del mediatore/mediatrice culturale
sia una professione delicata, in cui la sensibilità e la capacità
di empatia, l'attitudine alla creazione di legami di fiducia,
la consapevolezza dei limiti del proprio ruolo, la capacità
di autonomia rispetto alle pressioni del contesto giocano un ruolo
non meno importante delle competenze linguistiche, delle conoscenze
in ambito giuridico, della consapevolezza dei vincoli e delle possibilità
insite nell'incontro e nella convivenza di persone appartenenti
a universi culturali differenti.
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