Editoriale - maggio 2003

Dio e la guerra in Iraq

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Uno degli aspetti singolari della tragica guerra in Iraq è che essa rischia di passare alla storia come una «guerra religiosa» e come uno «scontro tra civiltà». A questa indebita «sacralizzazione» del conflitto ha contribuito certo il fatto che esso è esploso come reazione al gesto criminale compiuto da terroristi islamici con l'abbattimento delle Torri gemelle di New York. I discorsi deliranti di Bin Laden, pronunciati in quella occasione, hanno subito chiamato in causa esplicitamente Dio e la religione. Cosicché fu chiaro a tutti, fin dall'inizio, che all'attentato dell'11 settembre 2001 non erano estranee motivazioni di natura religiosa, le cui radici affondavano nel fondamentalismo islamico. Infatti, Bin Laden non si presentò come un leader che si batteva in favore di giuste rivendicazioni sociali, né come un liberatore di popolazioni oppresse. Il suo scopo - egli rivelò - era essenzialmente religioso: creare, cioè, un Islam «puro»: i nemici da combattere erano non solo gli occidentali e in particolare gli USA, definiti «nemici e corruttori dell'Islam», ma in primo luogo gli stessi regimi arabi moderati, bollati come «apostati e corrotti».
Questo richiamo a motivazioni religiose è stato riproposto esplicitamente anche per la guerra in Iraq. In questo caso, però, non sono stati soltanto gli islamici a «sacralizzare» il conflitto; vi hanno contribuito anche i ripetuti interventi del Presidente Bush. Cosicché nell'opinione pubblica sono sorti alcuni gravi interrogativi sul nesso che si è voluto stabilire tra Dio e la guerra in Iraq. Sono soprattutto due le questioni, sulle quali maggiormente si è sviluppato il dibattito: 1) Da che parte stava Dio nella guerra in Iraq? 2) Perché Dio non ha esaudito la preghiera per la pace?

1. Da che parte stava Dio nella guerra in Iraq?
Fin dall'inizio, sia George W. Bush, sia Saddam Hussein hanno tirato in ballo Dio, cercando quasi di «arruolarlo», ciascuno nelle proprie armate. In realtà, con chi stava Dio? è la medesima domanda che già altre volte purtroppo ci si è posti: dov'era Dio ad Auschwitz? Dov'era Dio, quando Hiroshima e Nagasaki venivano rase al suolo dalla bomba atomica? Dov'era Dio mentre si perpetravano i genocidi in Africa e in Bosnia? Era, perciò, inevitabile che ci si chiedesse dov'è Dio dinanzi a milioni di esseri umani che non solo continuano a patire ingiustizie e fame, ma si distruggono gli uni gli altri, vittime del terrorismo internazionale e di una feroce guerra tecnologica.
In occasione della guerra in Iraq il discorso sul coinvolgimento di Dio ha assunto dimensioni inedite. Da un lato, il Presidente degli Stati Uniti ha insistito nel dire che gli USA intendevano combattere non contro il popolo iracheno, ma contro il Male (incarnato nei cosiddetti «Stati canaglia») in nome di Dio e del Bene; ha assicurato di aver «pregato molto» prima di scatenare la guerra e di accompagnare con la recita dei salmi le operazioni militari, per ottenere da Dio la vittoria. Se è vero che tutti i leader americani furono religiosi - conclude perciò un esperto di cose americane -, Bush però è il primo a farne una pratica politica (cfr A. STILLE, «La fede di Bush», in la Repubblica, 6 marzo 2003). Non è casuale, dunque, che la Camera dei Rappresentanti USA, il 27 marzo 2003, abbia approvato con 346 voti contro 49 la Risoluzione 153: «Visto che attraverso la preghiera, il digiuno e la riflessione possiamo meglio riconoscere i nostri errori e mancanze e sottoporli alla saggezza e all'amore di Dio al fine di ricevere guida e forza [...]; e visto che persistono pericoli e minacce alla nostra nazione [...] è volontà della Camera dei Rappresentanti che il Presidente [...] stabilisca un giorno di penitenza, preghiera e digiuno», per «chiedere a Dio luce [...] e trovare soluzioni nell'affrontare le sfide che impegnano la nostra nazione» (testo originale in Thomas Legislative Information on the Internet, <http://thomas.loc.gov>).
D'altro lato, Saddam Hussein ha spesso invocato Allah e chiamato i Paesi musulmani a unirsi nella guerra santa in nome di Dio, per cacciare gli infedeli dalla terra sacra dell'Islam: «Attaccateli! Combatteteli! Uccideteli!». Così ha parlato alla televisione il 20 marzo, due ore dopo l'inizio della guerra, spiegando che questa era la volontà di Dio, il quale avrebbe marciato a fianco degli iracheni fino alla vittoria, e incitando all'eroismo i «figli della gloriosa nazione che combattono i nemici di Dio e dell'umanità con i propri petti colmi di fede e di amore divino [...]. Chi morirà da martire sui campi del Jihad meriterà il Paradiso» (cit. da M. ALLAM, «Quando il Raìs imita Bin Laden», in la Repubblica, 2 aprile 2003).
Era inevitabile, di fronte a questa sacralizzazione della guerra, che molti si chiedessero confusi da che parte stesse veramente Dio. La risposta appropriata l'ha data Giovanni Paolo II, il quale, rivolgendosi anch'egli all'unico e medesimo Dio a cui si rivolgevano Bush e Saddam, lo ha fatto però in modo totalmente diverso da loro: mentre Bush e Saddam pregavano Dio per la propria vittoria, trasformando così di fatto il conflitto in guerra di religione, il Papa invece chiedeva la pace e che la guerra in Iraq non degenerasse in «catastrofe religiosa» o in scontro di civiltà.
Fin dal primo discorso dopo l'inizio della guerra, Giovanni Paolo II ha posto l'accento sul fatto che Dio non sta né da una parte né dall'altra del fronte. La religione non può essere strumentalizzata a fini di guerra, ma tutte le religioni sono fatte per la pace: «Lo sforzo delle diverse religioni per sostenere la ricerca della pace è motivo di conforto e di speranza. Nella nostra prospettiva di fede, la pace, pur frutto di accordi politici e intese fra individui e popoli, è dono di Dio, che va invocato insistentemente con la preghiera e la penitenza. Senza la conversione del cuore non c'è pace! Alla pace non si arriva se non attraverso l'amore!» (GIOVANNI PAOLO II, «Messaggio ai Cappellani Militari», in L'Osservatore Romano, 26 marzo 2003). E il Papa è tornato a insistere: non si può fare la guerra in nome di Dio e della religione! Dio, infatti, è Padre di tutti, è Amore e non può volere conflitti sanguinosi e odio tra i suoi figli. Una guerra tra religioni o un conflitto di civiltà in nome di Dio sono privi di senso: «Non bisogna mai permettere alla guerra di dividere le religioni del mondo» - ha ribadito il 29 marzo, parlando ai vescovi indonesiani in visita ad limina -; e, dopo aver ricordato che «l'autentica religione non sostiene il terrorismo o la violenza», ha detto con forza: «Non permettiamo a una tragedia umana di diventare anche una catastrofe religiosa» (L'Osservatore Romano, 30 marzo 2003).
Questo chiaro insegnamento del Papa è stato avvalorato dal suo comportamento e da gesti inequivocabili con i quali ha preso posizione senza esitare in favore della pace, al di là e al di sopra degli opposti schieramenti politici e militari. Non si è trattato del solito auspicio generico in favore della pace. Il Papa è andato oltre, esprimendo un chiaro giudizio contrario alla decisione di risolvere la questione irachena con le armi, prima di aver compiuto ogni tentativo politico e diplomatico per giungere al reale disarmo di Saddam sotto la supervisione dell'ONU: «Certo i responsabili di Baghdad hanno l'urgente dovere di collaborare pienamente con la comunità internazionale per eliminare ogni motivo d'intervento armato [...]. Ma vorrei pure ricordare ai Paesi membri delle Nazioni Unite, e in particolare a quelli che compongono il Consiglio di Sicurezza, che l'uso della forza rappresenta l'ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi della stessa Carta dell'ONU» («Angelus» del 16 marzo, in L'Osservatore Romano, 17 18 marzo 2003).
Pertanto, quando gli USA, sottraendosi al parere del Consiglio di Sicurezza, hanno deciso unilateralmente di attaccare l'Iraq, senza avere le prove del presunto collegamento tra il Governo di Baghdad e l'attentato alle Torri gemelle né che Saddam possedesse armi di distruzione di massa pronte all'uso, Giovanni Paolo II non ha esitato a ribadire un secco no alla «guerra preventiva» teorizzata dal Presidente Bush, qualificandola come moralmente inaccettabile, giuridicamente illegale e politicamente sbagliata, e ha affidato al suo portavoce Joaquín Navarro Valls l'incarico di esprimere con parole durissime la sua condanna: «Chi decide che sono esauriti i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione si assume una grande responsabilità, davanti a Dio, alla propria coscienza e alla storia!» (Avvenire, 19 marzo 2003). Infine, all'«Angelus» del 6 aprile 2003, dopo aver ricordato che Giovanni XXIII nell'enciclica Pacem in terris annoverava tra i «segni dei tempi» «il diffondersi della persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato», purtroppo - ha commentato con amarezza - «questo positivo traguardo di civiltà non è stato ancora raggiunto» (L'Osservatore romano, 7 8 aprile 2003).
Oggi la portata profetica di questa posizione del Papa appare in tutta la sua importanza. Infatti, avendo compiuto ogni sforzo possibile per evitare la guerra e condannandola senza «se» e senza «ma», ha tolto ogni pretesto a quanti avrebbero voluto trasformare il conflitto iracheno in uno scontro tra religioni o tra civiltà.
Dunque, in Iraq, Dio non stava né con l'Amministrazione Bush, né con il regime di Saddam. Padre di tutti gli uomini, per tutti ricco di amore e di misericordia, ma con un amore preferenziale per gli «ultimi», stava invece, al di là di ogni divisione e schieramento, vicino a ogni sofferente: ai soldati morti - americani, inglesi, iracheni - e alle loro famiglie in lutto, e a quelli morenti o feriti; era specialmente vicino alla povera gente, alla popolazione civile, che è la vittima principale delle guerre moderne, cinicamente relegata nella categoria del «danno collaterale»: uccisi, mutilati e feriti ammassati in ospedali privi quasi di tutto, affamati e assetati, sopravvissuti straziati dal dolore per i loro familiari scomparsi o colpiti, terrorizzati dai continui disumani bombardamenti. Soprattutto, fra tutti costoro, Dio era più vicino ai bambini, i suoi prediletti tra gli «ultimi»; era compartecipe del dolore di tutti, lui che nel Figlio crocifisso «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). A tutti costoro era ed è vicino, aprendoli - nel suo misterioso parlare al cuore dei suoi figli - alla speranza nella vita che alla fine trionfa sulla morte, alla certezza del valore salvifico del dolore in quanto vissuto con amore.

2. Perché Dio non ha esaudito la preghiera per la pace?
Tuttavia, questa consolante certezza non basta a risolvere una seconda questione, non meno seria e difficile: perché Dio, allora, non ha ascoltato la preghiera per la pace, che si è levata da tante parti del mondo? Perché la guerra è scoppiata ugualmente, con la sua tragica sequela di sofferenze e morti?
Se lo chiedeva già il card. Martini all'inizio della prima guerra del Golfo: «abbiamo già pregato, abbiamo chiesto tanto la pace, hanno pregato i nostri bambini, i nostri malati offrendo le loro sofferenze, ma tu, Signore, non ci hai esaudito! [?] perché, Signore, non ci ascolti?» (Un grido di intercessione. Omelia nella veglia per la pace organizzata dalla Pastorale Giovanile, Duomo, 29 gennaio 1991, Centro Ambrosiano, Milano 1991, 14).
Dobbiamo innanzi tutto chiederci - rispondeva l'Arcivescovo -, se non abbiamo noi stessi qualche responsabilità in questa terribile guerra. Invitava perciò a compiere lo stesso esame di coscienza che Paolo VI, vent'anni prima, aveva fatto ad alta voce: «Signore, noi siamo oggi tanto armati come non lo siamo mai stati nei secoli prima d'ora e siamo così carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare la terra e distruggere forse anche l'umanità. [...] abbiamo fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti i calibri, e tutte rivolte a uccidere e a sterminare gli uomini nostri fratelli; così abbiamo stabilito l'equilibrio crudele dell'economia di tante nazioni potenti sul mercato delle armi alle nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali» (ivi, 16).
Con quale coerenza chiediamo a Dio di ascoltare la nostra preghiera per la pace - si chiedeva il card. Martini -, quando noi per primi non siamo costruttori di pace, ma operatori di guerra e viviamo nell'egoismo e nell'insensibilità per la vita umana e per i poveri? «Abbiamo chiesto la pace come qualcosa che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse il cuore dell'altro, nel senso naturalmente che volevamo noi. In realtà, il primo oggetto dell'autentica preghiera per la pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico» (ivi, 19).
Ogni autentica preghiera per la pace deve nascere dal nostro pentimento e dall'impegno di essere noi stessi operatori di pace. Solo così la nostra preghiera di intercessione, fatta al Padre nel nome di Cristo, diventerà autentica e quindi efficace. Intercedere, quindi, non è solo «articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo. [...] Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente [...]. Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. è il gesto di Gesù Cristo sulla croce» (ivi, 21 23). è stato l'atteggiamento di Giovanni Paolo II in occasione della guerra in Iraq.
Con ciò, non si vogliono assolutamente mettere sullo stesso piano gli assassini e le vittime, l'aggressore e l'oppresso, né considerare alla pari chi agisce nel rispetto del diritto internazionale e chi lo viola impunemente. Tuttavia, se non ci comprometteremo per la pace fino a sentire nostro il dramma di chiunque soffre - dei morti sotto le macerie delle Torri gemelle, dei civili iracheni innocenti dilaniati dalle «bombe a grappolo», dei soldati morti o feriti sui due fronti -, non potremo elevare a Dio una vera preghiera d'intercessione e non potremo lamentarci che la preghiera per la pace non sia stata esaudita.