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Uno degli aspetti singolari della tragica guerra in Iraq è
che essa rischia di passare alla storia come una «guerra religiosa»
e come uno «scontro tra civiltà». A questa indebita
«sacralizzazione» del conflitto ha contribuito certo il
fatto che esso è esploso come reazione al gesto criminale compiuto
da terroristi islamici con l'abbattimento delle Torri gemelle
di New York. I discorsi deliranti di Bin Laden, pronunciati in quella
occasione, hanno subito chiamato in causa esplicitamente Dio e la
religione. Cosicché fu chiaro a tutti, fin dall'inizio,
che all'attentato dell'11 settembre 2001 non erano estranee
motivazioni di natura religiosa, le cui radici affondavano nel fondamentalismo
islamico. Infatti, Bin Laden non si presentò come un leader
che si batteva in favore di giuste rivendicazioni sociali, né
come un liberatore di popolazioni oppresse. Il suo scopo - egli
rivelò - era essenzialmente religioso: creare, cioè,
un Islam «puro»: i nemici da combattere erano non solo
gli occidentali e in particolare gli USA, definiti «nemici e
corruttori dell'Islam», ma in primo luogo gli stessi regimi
arabi moderati, bollati come «apostati e corrotti».
Questo richiamo a motivazioni religiose è stato riproposto
esplicitamente anche per la guerra in Iraq. In questo caso, però,
non sono stati soltanto gli islamici a «sacralizzare»
il conflitto; vi hanno contribuito anche i ripetuti interventi del
Presidente Bush. Cosicché nell'opinione pubblica sono
sorti alcuni gravi interrogativi sul nesso che si è voluto
stabilire tra Dio e la guerra in Iraq. Sono soprattutto due le questioni,
sulle quali maggiormente si è sviluppato il dibattito: 1) Da
che parte stava Dio nella guerra in Iraq? 2) Perché Dio non
ha esaudito la preghiera per la pace?
1. Da che parte stava Dio nella guerra in
Iraq?
Fin dall'inizio, sia George W. Bush, sia Saddam Hussein hanno
tirato in ballo Dio, cercando quasi di «arruolarlo», ciascuno
nelle proprie armate. In realtà, con chi stava Dio? è
la medesima domanda che già altre volte purtroppo ci si è
posti: dov'era Dio ad Auschwitz? Dov'era Dio, quando Hiroshima
e Nagasaki venivano rase al suolo dalla bomba atomica? Dov'era
Dio mentre si perpetravano i genocidi in Africa e in Bosnia? Era,
perciò, inevitabile che ci si chiedesse dov'è
Dio dinanzi a milioni di esseri umani che non solo continuano a patire
ingiustizie e fame, ma si distruggono gli uni gli altri, vittime del
terrorismo internazionale e di una feroce guerra tecnologica.
In occasione della guerra in Iraq il discorso sul coinvolgimento di
Dio ha assunto dimensioni inedite. Da un lato, il Presidente degli
Stati Uniti ha insistito nel dire che gli USA intendevano combattere
non contro il popolo iracheno, ma contro il Male (incarnato nei cosiddetti
«Stati canaglia») in nome di Dio e del Bene; ha assicurato
di aver «pregato molto» prima di scatenare la guerra e
di accompagnare con la recita dei salmi le operazioni militari, per
ottenere da Dio la vittoria. Se è vero che tutti i leader americani
furono religiosi - conclude perciò un esperto di cose
americane -, Bush però è il primo a farne una
pratica politica (cfr A. STILLE, «La fede di Bush», in
la Repubblica, 6 marzo 2003). Non è
casuale, dunque, che la Camera dei Rappresentanti USA, il 27 marzo
2003, abbia approvato con 346 voti contro 49 la Risoluzione
153: «Visto che attraverso la preghiera, il digiuno e la riflessione
possiamo meglio riconoscere i nostri errori e mancanze e sottoporli
alla saggezza e all'amore di Dio al fine di ricevere guida e
forza [...]; e visto che persistono pericoli e minacce alla nostra
nazione [...] è volontà della Camera dei Rappresentanti
che il Presidente [...] stabilisca un giorno di penitenza, preghiera
e digiuno», per «chiedere a Dio luce [...] e trovare soluzioni
nell'affrontare le sfide che impegnano la nostra nazione»
(testo originale in Thomas Legislative Information
on the Internet, <http://thomas.loc.gov>).
D'altro lato, Saddam Hussein ha spesso invocato Allah e chiamato
i Paesi musulmani a unirsi nella guerra santa in nome di Dio, per
cacciare gli infedeli dalla terra sacra dell'Islam: «Attaccateli!
Combatteteli! Uccideteli!». Così ha parlato alla televisione
il 20 marzo, due ore dopo l'inizio della guerra, spiegando che
questa era la volontà di Dio, il quale avrebbe marciato a fianco
degli iracheni fino alla vittoria, e incitando all'eroismo i
«figli della gloriosa nazione che combattono i nemici di Dio
e dell'umanità con i propri petti colmi di fede e di
amore divino [...]. Chi morirà da martire sui campi del Jihad
meriterà il Paradiso» (cit. da M. ALLAM, «Quando
il Raìs imita Bin Laden», in la
Repubblica, 2 aprile 2003).
Era inevitabile, di fronte a questa sacralizzazione della guerra,
che molti si chiedessero confusi da che parte stesse veramente Dio.
La risposta appropriata l'ha data Giovanni Paolo II, il quale,
rivolgendosi anch'egli all'unico e medesimo Dio a cui
si rivolgevano Bush e Saddam, lo ha fatto però in modo totalmente
diverso da loro: mentre Bush e Saddam pregavano Dio per la propria
vittoria, trasformando così di fatto il conflitto in guerra
di religione, il Papa invece chiedeva la pace e che la guerra in Iraq
non degenerasse in «catastrofe religiosa» o in scontro
di civiltà.
Fin dal primo discorso dopo l'inizio della guerra, Giovanni
Paolo II ha posto l'accento sul fatto che Dio non sta né
da una parte né dall'altra del fronte. La religione non
può essere strumentalizzata a fini di guerra, ma tutte le religioni
sono fatte per la pace: «Lo sforzo delle diverse religioni per
sostenere la ricerca della pace è motivo di conforto e di speranza.
Nella nostra prospettiva di fede, la pace, pur frutto di accordi politici
e intese fra individui e popoli, è dono di Dio, che va invocato
insistentemente con la preghiera e la penitenza. Senza la conversione
del cuore non c'è pace! Alla pace non si arriva se non
attraverso l'amore!» (GIOVANNI PAOLO II, «Messaggio
ai Cappellani Militari», in L'Osservatore
Romano, 26 marzo 2003). E il Papa è tornato a insistere:
non si può fare la guerra in nome di Dio e della religione!
Dio, infatti, è Padre di tutti, è Amore e non può
volere conflitti sanguinosi e odio tra i suoi figli. Una guerra tra
religioni o un conflitto di civiltà in nome di Dio sono privi
di senso: «Non bisogna mai permettere alla guerra di dividere
le religioni del mondo» - ha ribadito il 29 marzo, parlando
ai vescovi indonesiani in visita ad limina -; e, dopo aver ricordato
che «l'autentica religione non sostiene il terrorismo
o la violenza», ha detto con forza: «Non permettiamo a
una tragedia umana di diventare anche una catastrofe religiosa»
(L'Osservatore Romano, 30 marzo
2003).
Questo chiaro insegnamento del Papa è stato avvalorato dal
suo comportamento e da gesti inequivocabili con i quali ha preso posizione
senza esitare in favore della pace, al di là e al di sopra
degli opposti schieramenti politici e militari. Non si è trattato
del solito auspicio generico in favore della pace. Il Papa è
andato oltre, esprimendo un chiaro giudizio contrario alla decisione
di risolvere la questione irachena con le armi, prima di aver compiuto
ogni tentativo politico e diplomatico per giungere al reale disarmo
di Saddam sotto la supervisione dell'ONU: «Certo i responsabili
di Baghdad hanno l'urgente dovere di collaborare pienamente
con la comunità internazionale per eliminare ogni motivo d'intervento
armato [...]. Ma vorrei pure ricordare ai Paesi membri delle Nazioni
Unite, e in particolare a quelli che compongono il Consiglio di Sicurezza,
che l'uso della forza rappresenta l'ultimo ricorso, dopo
aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi
della stessa Carta dell'ONU» («Angelus»
del 16 marzo, in L'Osservatore Romano,
17 18 marzo 2003).
Pertanto, quando gli USA, sottraendosi al parere del Consiglio di
Sicurezza, hanno deciso unilateralmente di attaccare l'Iraq,
senza avere le prove del presunto collegamento tra il Governo di Baghdad
e l'attentato alle Torri gemelle né che Saddam possedesse
armi di distruzione di massa pronte all'uso, Giovanni Paolo
II non ha esitato a ribadire un secco no alla «guerra preventiva»
teorizzata dal Presidente Bush, qualificandola come moralmente inaccettabile,
giuridicamente illegale e politicamente sbagliata, e ha affidato al
suo portavoce Joaquín Navarro Valls l'incarico di esprimere
con parole durissime la sua condanna: «Chi decide che sono esauriti
i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione
si assume una grande responsabilità, davanti a Dio, alla propria
coscienza e alla storia!» (Avvenire,
19 marzo 2003). Infine, all'«Angelus»
del 6 aprile 2003, dopo aver ricordato che Giovanni XXIII nell'enciclica
Pacem in terris annoverava tra i «segni dei tempi» «il
diffondersi della persuasione che le eventuali controversie tra i
popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece
attraverso il negoziato», purtroppo - ha commentato con
amarezza - «questo positivo traguardo di civiltà
non è stato ancora raggiunto» (L'Osservatore
romano, 7 8 aprile 2003).
Oggi la portata profetica di questa posizione del Papa appare in tutta
la sua importanza. Infatti, avendo compiuto ogni sforzo possibile
per evitare la guerra e condannandola senza «se» e senza
«ma», ha tolto ogni pretesto a quanti avrebbero voluto
trasformare il conflitto iracheno in uno scontro tra religioni o tra
civiltà.
Dunque, in Iraq, Dio non stava né con l'Amministrazione
Bush, né con il regime di Saddam. Padre di tutti gli uomini,
per tutti ricco di amore e di misericordia, ma con un amore preferenziale
per gli «ultimi», stava invece, al di là di ogni
divisione e schieramento, vicino a ogni sofferente: ai soldati morti
- americani, inglesi, iracheni - e alle loro famiglie
in lutto, e a quelli morenti o feriti; era specialmente vicino alla
povera gente, alla popolazione civile, che è la vittima principale
delle guerre moderne, cinicamente relegata nella categoria del «danno
collaterale»: uccisi, mutilati e feriti ammassati in ospedali
privi quasi di tutto, affamati e assetati, sopravvissuti straziati
dal dolore per i loro familiari scomparsi o colpiti, terrorizzati
dai continui disumani bombardamenti. Soprattutto, fra tutti costoro,
Dio era più vicino ai bambini, i suoi prediletti tra gli «ultimi»;
era compartecipe del dolore di tutti, lui che nel Figlio crocifisso
«si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato
i nostri dolori» (Is 53,4). A
tutti costoro era ed è vicino, aprendoli - nel suo misterioso
parlare al cuore dei suoi figli - alla speranza nella vita che
alla fine trionfa sulla morte, alla certezza del valore salvifico
del dolore in quanto vissuto con amore.
2. Perché Dio non ha esaudito la
preghiera per la pace?
Tuttavia, questa consolante certezza non basta a risolvere una seconda
questione, non meno seria e difficile: perché Dio, allora,
non ha ascoltato la preghiera per la pace, che si è levata
da tante parti del mondo? Perché la guerra è scoppiata
ugualmente, con la sua tragica sequela di sofferenze e morti?
Se lo chiedeva già il card. Martini all'inizio della
prima guerra del Golfo: «abbiamo già pregato, abbiamo
chiesto tanto la pace, hanno pregato i nostri bambini, i nostri malati
offrendo le loro sofferenze, ma tu, Signore, non ci hai esaudito!
[?] perché, Signore, non ci ascolti?» (Un
grido di intercessione. Omelia nella veglia per la pace organizzata
dalla Pastorale Giovanile, Duomo, 29 gennaio 1991, Centro Ambrosiano,
Milano 1991, 14).
Dobbiamo innanzi tutto chiederci - rispondeva l'Arcivescovo
-, se non abbiamo noi stessi qualche responsabilità in
questa terribile guerra. Invitava perciò a compiere lo stesso
esame di coscienza che Paolo VI, vent'anni prima, aveva fatto
ad alta voce: «Signore, noi siamo oggi tanto armati come non
lo siamo mai stati nei secoli prima d'ora e siamo così
carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare
la terra e distruggere forse anche l'umanità. [...] abbiamo
fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie
colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti
i calibri, e tutte rivolte a uccidere e a sterminare gli uomini nostri
fratelli; così abbiamo stabilito l'equilibrio crudele
dell'economia di tante nazioni potenti sul mercato delle armi
alle nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali»
(ivi, 16).
Con quale coerenza chiediamo a Dio di ascoltare la nostra preghiera
per la pace - si chiedeva il card. Martini -, quando noi
per primi non siamo costruttori di pace, ma operatori di guerra e
viviamo nell'egoismo e nell'insensibilità per la
vita umana e per i poveri? «Abbiamo chiesto la pace come qualcosa
che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse
il cuore dell'altro, nel senso naturalmente che volevamo noi.
In realtà, il primo oggetto dell'autentica preghiera
per la pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico»
(ivi, 19).
Ogni autentica preghiera per la pace deve nascere dal nostro pentimento
e dall'impegno di essere noi stessi operatori di pace. Solo
così la nostra preghiera di intercessione, fatta al Padre nel
nome di Cristo, diventerà autentica e quindi efficace. Intercedere,
quindi, non è solo «articolare un bisogno davanti a Dio
(Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi
in mezzo. [...] Intercedere è un atteggiamento molto più
serio, grave e coinvolgente [...]. Non dunque qualcuno da lontano,
che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì
qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione,
che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare.
è il gesto di Gesù Cristo sulla croce» (ivi,
21 23). è stato l'atteggiamento di Giovanni Paolo II
in occasione della guerra in Iraq.
Con ciò, non si vogliono assolutamente mettere sullo stesso
piano gli assassini e le vittime, l'aggressore e l'oppresso,
né considerare alla pari chi agisce nel rispetto del diritto
internazionale e chi lo viola impunemente. Tuttavia, se non ci comprometteremo
per la pace fino a sentire nostro il dramma di chiunque soffre -
dei morti sotto le macerie delle Torri gemelle, dei civili iracheni
innocenti dilaniati dalle «bombe a grappolo», dei soldati
morti o feriti sui due fronti -, non potremo elevare a Dio una
vera preghiera d'intercessione e non potremo lamentarci che
la preghiera per la pace non sia stata esaudita.
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