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Da una cinquantina d'anni l'Europa comunitaria è
un cantiere aperto. Tanto cammino si è fatto da quando, nel
1951, i sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo,
Paesi Bassi) con il trattato di Parigi istituirono la Comunità
Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), e da quando, nel
1957, i trattati di Roma diedero vita alla Comunità Economica
Europea (CEE) e alla Comunità Europea per l'Energia Atomica
(EURATOM). Più vicini a noi, l'Atto Unico Europeo (1986),
il trattato di Maastricht sull'Unione Europea (1992) e il trattato
di Amsterdam (1997) hanno contribuito a creare tra gli Stati membri
(che nel frattempo sono divenuti quindici) vincoli così saldi
da rendere possibile un traguardo che a molti sembrava irrealizzabile:
l'unione monetaria (1999) e l'adozione dell'euro
come moneta unica (2002).
Nello stesso tempo, importanti passi avanti sono stati fatti pure
verso l'unità sociale e politica del Continente. Tuttavia
non si può negare che l'Unione Europea sia nata e si
sia sviluppata soprattutto come comunità economica. È
stato un bene o un male iniziare l'unificazione a partire dall'economia?
Se lo chiedeva Jean Monnet, che dell'unità economica
fu il principale architetto. Pochi giorni prima di morire, confessava:
«Se l'Europa fosse da rifare, comincerei dalla cultura»;
infatti, commenta lo storico F. P. Braudel, «noi non coalizziamo
gli Stati, noi uniamo gli uomini»; si tratta cioè di
unire tra di loro non tanto i Governi, quanto i popoli: non l'Italia,
la Francia e la Germania..., ma gli italiani, i francesi e i tedeschi
(cfr M. A. MACCIOCCHI, Di là dalle porte
di bronzo, Mondatori, Milano 1987, 206). Insomma, l'euro
è certamente un traguardo significativo e importante, ma non
basta. L'Europa è molto di più della sua economia.
È soprattutto una idea, una cultura, uno spirito.
Ne siamo più consapevoli ora che altri tredici Paesi chiedono
di far parte dell'Unione: nel 2004 ne entreranno dieci (Cipro,
Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia,
Slovenia, Ungheria), due nel 2007 (Bulgaria, Romania), mentre i negoziati
con la Turchia ancora non sono iniziati. Come mettere insieme tante
vedute e tanti interessi diversi? Come ottenere il consenso di venticinque
o ventotto Paesi su un progetto comune, sulle priorità e sugli
strumenti per attuarle? È necessario costruire insieme un grande
soggetto politico, che abbia forza e autorità di prendere democraticamente
decisioni vincolanti per tutti, nel rispetto della identità
degli Stati membri. Ma come avventurarsi in una simile impresa, senza
un patrimonio culturale comune, senza essere d'accordo su quali
valori fondare la convivenza tra i popoli del Continente?
In vista di questo traguardo politico, il 7 dicembre 2000 è
stata varata a Nizza la Carta dei diritti fondamentali
dell'Unione Europea. «I popoli europei -
si legge nel Preambolo -, nel
creare tra loro un'unione sempre più stretta, hanno deciso
di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole
del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui
valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà,
di uguaglianza e di solidarietà; l'Unione si basa sui
principi di democrazia e dello Stato di diritto. Essa pone la persona
al centro della sua azione». La Carta
dei diritti fondamentali si può considerare, quindi,
un passo decisivo verso l'unità politica del Continente,
da consolidare con il varo della Costituzione europea, a cui dal febbraio
2002 lavora una «Convenzione» ad
hoc, che dovrà terminare i lavori entro il 2003.
1. Il dibattito sulle «radici cristiane»
Il 6 febbraio 2003 a Bruxelles il presidente della «Convenzione»,
V. Giscard d'Estaing, ha presentato all'assemblea plenaria
la bozza dei primi 16 articoli della Costituzione. Essi definiscono
la natura dell'Unione, i suoi obiettivi e le sue competenze,
nonché i diritti fondamentali dei cittadini europei. Ovviamente
si tratta solo di una bozza, che dovrà essere discussa ed emendata,
prima di venire approvata. Si spiega dunque perché la sua presentazione
abbia aperto un ampio dibattito.
In particolare, non poteva passare inosservata l'assenza di
qualsiasi riferimento alle «radici cristiane» dell'Europa.
Infatti, parlando dell'ispirazione ideale dell'Unione,
la bozza si limita a dire: «L'Unione si fonda sui valori
del rispetto della dignità umana, di libertà, di democrazia,
dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti dell'uomo,
valori che sono comuni agli Stati membri. Essa mira a essere una società
pacifica che pratica la tolleranza, la giustizia, la solidarietà»
(art. 2). Come si vede, è caduto perfino il generico richiamo
al «patrimonio spirituale e morale», che si trova invece
nel Preambolo della Carta
dei diritti fondamentali. Su questo punto è divampato
il dibattito.
Si sono subito delineati due schieramenti: da un parte, coloro che
- condividendo l'impostazione della bozza - vorrebbero
fondare l'Unione sui «valori laici» in essa enunciati,
senza alcun riferimento alla religione, quale fattore che concorre
a fondare quei valori; dall'altra, coloro che insistono invece
sulla necessità di definire l'Unione anche in base alla
sua identità storica e culturale, quindi introducendo un richiamo
esplicito alle sue «radici cristiane». È prevedibile
che, in un modo o nell'altro, si giungerà a un compromesso.
Infatti, non dovrebbe essere impossibile introdurre nel Preambolo
della Costituzione (ancora da scrivere) una menzione di «ciò
che l'Europa deve alla sua eredità religiosa»;
tanto più che la rilevanza della religione è già
riconosciuta dall'art. 10 della Carta
dei diritti fondamentali, che entrerà a far parte della
Costituzione; ugualmente è possibile trovare un accordo che
porti a riconoscere e rispettare lo status
giuridico, di cui le Chiese e altre comunità religiose già
godono all'interno degli Stati membri.
Tuttavia, al di là dei compromessi possibili, è evidente
che la questione sulle «radici cristiane» dell'Europa
non si risolve introducendo nella Costituzione un generico richiamo
ai tradizionali valori religiosi e spirituali del Continente. Il problema
è più complesso. Esso comprende: 1) anzitutto il discorso
sui valori; 2) in secondo luogo, la questione del ruolo sociale delle
Chiese; 3) infine, il richiamo formale alle radici religiose.
2. Il discorso sui valori
L'art. 2 della bozza della Costituzione propone come
valori fondamentali dell'identità europea: la dignità
umana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto, il rispetto
dei diritti dell'uomo. Anche se questi oggi sono considerati
«valori laici», tuttavia non si può negare la loro
originaria ispirazione cristiana. «Dopo venti secoli di storia
- rileva Giovanni Paolo II -, nonostante i sanguinosi
conflitti che hanno contrapposto tra loro i popoli di Europa e nonostante
le crisi spirituali che hanno segnato la vita del Continente -
fino a porre alla coscienza del nostro tempo gravi interrogativi sulle
sorti del suo futuro -, si deve ancora affermare che l'identità
europea è incomprensibile senza il cristianesimo, e che proprio
in esso si ritrovano quelle radici comuni dalle quali è maturata
la sua intraprendenza, la sua capacità di espansione costruttiva
anche negli altri continenti; in una parola, tutto ciò che
costituisce la sua gloria» (Atto europeistico
a Santiago de Compostela, in L'Osservatore
Romano, 11 novembre 1982).
In altre parole, nonostante tutti i sommovimenti, le lacerazioni e
le trasformazioni sociali e culturali, l'identità dell'Europa
affonda pur sempre le sue radici nel patrimonio spirituale e morale
del cristianesimo, che ha accomunato fin dal loro sorgere i popoli
che la compongono. Certo, oggi il mondo è cambiato, ed è
cambiata pure l'Europa. La visione dell'uomo e della società
non è più quella della primitiva «cristianità»:
la cultura europea si è accresciuta con quanto di positivo
hanno prodotto le correnti moderne del pensiero filosofico e scientifico,
anche di orientamento «laico» e razionalistico; cosicché
- per usare una immagine di Giovanni Paolo II -, «la
storia d'Europa è un grande fiume, nel quale sboccano
numerosi affluenti, e la varietà delle tradizioni e delle culture
che la formano è la sua ricchezza» (Omelia a Gniezno,
in L'Osservatore Romano, 4 giugno
1997, n. 4). Tuttavia, l'avvento del pluralismo culturale, etnico
e religioso che oggi caratterizza il Continente non solo ha rotto
la vecchia unità, ma ha prodotto lacerazioni spirituali e divisioni
politiche.
Proprio per questo, per costruire come «casa comune» un'Europa
culturalmente pluralistica, plurietnica e plurireligiosa, occorre
fondarne l'unità su valori fondamentali condivisi. Questi,
però, nel mutato contesto socio-culturale, non si possono più
proporre nella forma della vecchia «cristianità».
La laicità degli Stati e dei rapporti culturali, sociali, economici
e politici è un'acquisizione pacifica anche per la Chiesa.
Superare il confessionalismo, però, non significa strappare
la pianta dalle sue radici: «La marginalizzazione delle religioni,
che hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo
dei quali l'Europa è legittimamente fiera - ha
ribadito Giovanni Paolo II al Corpo Diplomatico accreditato presso
la Santa Sede -, mi sembra essere al tempo stesso un'ingiustizia
e un errore di prospettiva. Riconoscere un fatto storico innegabile
non significa affatto disconoscere l'esigenza moderna di una
giusta laicità degli Stati e, dunque, dell'Europa»
(L'Osservatore Romano, 11 gennaio
2002).
In conclusione, i valori comuni richiamati dall'art. 2 della
Costituzione, pur essendo divenuti «laici», rimangono
in radice valori cristiani. Ciò non impedisce che essi si possano
ulteriormente specificare e che esistano lacune e divergenze nella
loro comprensione e applicazione, anche su temi di fondamentale importanza,
quali la famiglia, l'istruzione, l'applicazione delle
nuove tecnologie alla vita umana, la giustizia sociale, le relazioni
internazionali, la costruzione della pace.
3. Il ruolo sociale delle Chiese
La questione del riconoscimento giuridico delle comunità
religiose è importante, non solo perché esse costituiscono
un forte elemento di coesione morale e spirituale, ma anche per il
servizio che esse compiono di adattare i valori tradizionali alle
nuove esigenze della nostra epoca di rapido progresso scientifico
e tecnico. Perciò - ribadisce la Commissione degli Episcopati
della Comunità Europea (COMECE) - non basta tutelare
il diritto alla libertà religiosa; occorre pure riconoscere
il diritto che le Chiese e le comunità religiose hanno, in
quanto «soggetti sociali», di intervenire e di essere
consultate anche su temi non specificamente religiosi nell'interesse
stesso dei cittadini.
Infatti, «nel corso dei secoli le comunità religiose
hanno costruito una tradizione di promozione dei valori fondamentali
per la condizione umana e di adattamento di questi valori al mutamento
dei tempi. [...] Esse si impegnano a servire la società
- inter alia, nei settori dell'istruzione,
della cultura, dei media e del sociale - e svolgono un compito
importante nella promozione del rispetto reciproco, della partecipazione,
dei diritti del cittadino, del dialogo e della riconciliazione tra
i popoli dell'Europa dell'Est e dell'Ovest. Esse
pongono l'accento sulla responsabilità dell'Europa,
non solo nei confronti dei suoi vicini, ma di tutta la famiglia umana»
(«Il futuro dell'Europa», in Notiziario
della CEI, n. 5 [20 luglio 2002], 186).
Perciò - insistono i vescovi europei -, affinché
il prezioso contributo delle Chiese non vada perduto, occorre dare
rilevanza costituzionale ai rapporti tra le comunità religiose
e le istituzioni comunitarie, rispettando almeno lo status
giuridico che esse già hanno all'interno dei singoli
Stati membri. Questa richiesta, sulla quale tornano oggi gli episcopati
europei, fu già avanzata alla Conferenza Intergovernativa di
Amsterdam (1997), con scarso successo. Non venne accolta neppure come
Protocollo aggiuntivo. Si ripiegò invece su una Dichiarazione
(n. 11) di scarso rilievo costituzionale, perché non soggetta
a ratifica da parte degli Stati membri. Essa si limita ad affermare
che «l'Unione Europea rispetta e non pregiudica lo status
previsto nelle legislazioni nazionali per le Chiese e le associazioni
o comunità religiose degli Stati membri». Si otterrà
di più da parte della Costituzione?
4. Il richiamo formale alle radici religiose
Il Papa continua a chiedere con insistenza che sia introdotto nella
Costituzione europea il richiamo esplicito alle radici religiose.
Il 16 febbraio 2003, dopo aver ricordato quanto l'opera dei
patroni d'Europa, Cirillo e Metodio, abbia contribuito «al
consolidarsi delle comuni radici cristiane dell'Europa, radici
che con la loro linfa hanno impregnato la storia e le istituzioni
europee», ha ribadito: «Proprio per questo è stato
chiesto che nel futuro Trattato costituzionale dell'Unione Europea
non si manchi di far spazio a questo patrimonio comune dell'Oriente
e dell'Occidente. Un simile riferimento non toglierà
nulla alla giusta laicità delle strutture politiche (cfr Lumen
gentium, n. 36; Gaudium et spes,
nn. 36 e 76), ma, al contrario, aiuterà a preservare il Continente
dal duplice rischio del laicismo ideologico, da una parte, e dell'integralismo
settario, dall'altra. Uniti sui valori e memori del proprio
passato, i popoli europei potranno svolgere appieno il loro ruolo
nella promozione della giustizia e della pace nel mondo intero»
(L'Osservatore Romano, 16-17 febbraio
2003).
Gli stessi non credenti, del resto, non possono fare a meno di confrontarsi
con l'eredità storica, culturale e spirituale della tradizione
ebraico-cristiana, a cui si rifà la concezione della esistenza
umana, propria della civiltà europea, con i suoi elementi caratteristici:
primato della persona umana, rispetto della vita, tutela dell'infanzia
e della famiglia, parità tra uomo e donna, libertà di
coscienza, di pensiero e di religione, giustizia sociale ed economica,
tutela del pluralismo culturale e politico, pace basata sul diritto.
Negare la matrice religiosa di questi valori, oggi ritenuti «laici»,
sarebbe fare violenza alla verità e renderebbe incomprensibile
la storia dell'Europa. Il problema, dunque, non è «se»
parlare nella Costituzione delle radici cristiane - scelta che
appare doverosa -, ma «come» parlarne.
5. Quale atteggiamento assumere?
Di fronte a questi aspetti del dibattito, quale atteggiamento assumere?
a) In primo luogo, è ovvio che nell'Europa di oggi secolarizzata,
culturalmente pluralistica, multietnica e multireligiosa, non si può
parlare delle sue radici religiose e cristiane nella forma confessionale
come ai tempi della «cristianità», quando potere
temporale (il trono) e potere spirituale (l'altare) erano strettamente
congiunti. Perciò è comprensibile la diffidenza di chi
teme che dietro il richiamo alle «radici cristiane» si
nasconda l'intenzione di imporre o privilegiare una precisa
identità confessionale. D'altra parte, è impossibile
non tener conto che l'Europa è ormai un Continente multietnico
e multireligioso (è significativo il possibile prossimo «allargamento»
alla Turchia). Secondo stime recenti, insieme ai 555 milioni di cristiani
(di cui 269 cattolici, 170 ortodossi, 80 protestanti, 30 anglicani)
vivono in Europa 32 milioni di musulmani, 3,4 milioni di ebrei, 1.600.000
induisti, 1.500.000 buddhisti, 500.000 sikh (cfr Jesus,
settembre 2002, 54). Dal canto suo, il Concilio Vaticano II ha definitivamente
chiarito che il cristianesimo non si identifica con nessuna civiltà,
neppure con quella europea e occidentale.
b) In secondo luogo, si deve ammettere che, molto più di un
generico richiamo alle radici cristiane (che pure è doveroso),
è importante che nella Costituzione siano accolti di fatto
i valori che a quelle radici si ispirano. Perciò, l'art.
2 va ritenuto già di per sé un traguardo positivo, anche
se i valori in esso richiamati possono essere ulteriormente arricchiti
e meglio specificati.
c) In terzo luogo, bisogna chiaramente affermare che la religione
non potrà mai essere ridotta a mero affare privato, ma avrà
sempre rilevanza sociale. Pertanto rimane aperta la questione del
riconoscimento giuridico delle Chiese e delle comunità religiose.
La reciproca collaborazione, leale e rispettosa, con le istituzioni
comunitarie va garantita nell'interesse non tanto delle confessioni
religiose e delle istituzioni, quanto soprattutto dei cittadini e
del bene comune.
d) Infine, la natura dell'evangelizzazione è essenzialmente
profetica. Se è vero che il fatto religioso non può
essere relegato nel privato e che il riconoscimento giuridico delle
confessioni religiose risulta utile ai cittadini e al bene comune,
tuttavia è altrettanto vero che tale riconoscimento non si
richiede affatto affinché i cristiani siano «sale della
terra». Talvolta le garanzie giuridiche possono essere controproducenti:
alcuni potrebbero scorgervi il tentativo delle Chiese e delle comunità
religiose di cercare sicurezze e privilegi; altri vi vedrebbero una
indebita imposizione confessionale e un vulnus alla laicità
dello Stato. Va dunque ribadito con coraggio che la forza della Chiesa
non sta nei privilegi o nel favore del potere di turno; la sua vera
e unica forza sta nella santità dei suoi figli, nella potenza
disarmata della Parola di Dio, nella povertà evangelica. Proprio
per questo - ricorda il Concilio Vaticano II - la Chiesa
«non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall'autorità
civile; anzi essa rinuncerà all'esercizio di certi diritti
legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse
far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove
circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium
et spes, n. 76).
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