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Quando Giovanni XXIII, l'11 aprile 1963, indirizzò l'enciclica
Pacem in terris «a tutti gli uomini
di buona volontà», sostenendo che la pace era possibile,
il suo parve a molti un ottimismo temerario: come poteva il Papa parlare
di pace, quando solo due anni prima era stato eretto il «muro
di Berlino» che spaccava il mondo a metà, quando appena
sei mesi prima l'umanità si era trovata sull'orlo
della guerra nucleare a causa della crisi dei missili a Cuba? Eppure
- scrive Giovanni Paolo II nel Messaggio
per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2003)
(cfr testo in questo stesso fascicolo, pp. 151-158) - «Papa
Giovanni XXIII non era d'accordo con coloro che ritenevano impossibile
la pace. [...] Guardando al presente e al futuro con gli occhi
della fede e della ragione, il beato Giovanni XXIII intravide e interpretò
le spinte profonde che già erano
all'opera nella storia. Egli sapeva che le cose non sempre sono
come appaiono in superficie. Malgrado le guerre e le minacce di guerre,
c'era qualcos'altro all'opera nelle vicende umane,
qualcosa che il Papa colse come il promettente inizio di una rivoluzione
spirituale» (n. 3).
Oggi, il quarantesimo anniversario della Pacem
in terris cade in un contesto storico non meno sfavorevole,
segnato com'è dall'esplodere violento del terrorismo
internazionale e da nuovi assordanti rumori di guerra. A prima vista,
verrebbe da dire che nulla è cambiato, e che l'umanità
sia condannata irreparabilmente a vivere in stato permanente di conflitto.
Ma, ancora una volta, la Chiesa non è di questo avviso, ed
è convinta che continui, anzi progredisca sempre più,
la «rivoluzione spirituale» già annunziata da Giovanni
XXXIII. Infatti, anche Giovanni Paolo II, scrutando a sua volta i
«segni dei tempi», non esita a ripetere che la pace
è possibile, che un mondo diverso
è possibile.
Per dimostrarlo, con il suo Messaggio per la
XXXVI Giornata Mondiale della Pace, egli ci richiama alle medesime
«spinte profonde» che Papa
Roncalli, quarant'anni fa, aveva interpretato profeticamente
come l'inizio dell'auspicata «rivoluzione spirituale»
e che oggi appaiono ancora più forti. La pace è possibile
- dice Giovanni Paolo II -, perché ai nostri giorni
nel mondo si è ulteriormente diffusa la triplice consapevolezza
indicata dalla Pacem in terris: 1) la
consapevolezza della dignità dell'uomo e dei suoi diritti
inalienabili; 2) la consapevolezza della necessità di un'effettiva
autorità soprannazionale; 3) la consapevolezza di un nuovo
ordine mondiale da costruire, ispirato a principi morali universali
sia nell'esercizio dell'autorità politica, sia
in una vita pubblica caratterizzata da trasparenza e credibilità.
1. Dignità e diritti inalienabili della
persona umana
Il primo aspetto della dinamica storica, che la Pacem in terris
colse nel suo sorgere e che oggi è in pieno sviluppo, è
la consapevolezza che «ogni essere umano
è persona, cioè una natura dotata di intelligenza
e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti
e di doveri che scaturiscono
immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti
e doveri che sono perciò universali,
inviolabili, inalienabili» (Pacem
in terris, in Enchiridion Vaticanum, 2, n. 3, pp. 22 s.). Papa
Giovanni, cioè, era convinto che l'espandersi di questa
nuova coscienza dei diritti umani a livello nazionale e internazionale
andava nella direzione della pace e avrebbe prodotto cambiamenti «rivoluzionari»
anche sul piano politico e della vita pubblica. La storia gli ha dato
ragione.
Infatti, dalla consapevolezza della dignità trascendente della
persona sono nati numerosi «movimenti
per i diritti umani» che hanno lavorato e continuano
a lavorare in favore della pace, dopo
aver determinato il rovesciamento di forme di governo dittatoriali
in diverse parti del mondo. Come non pensare spontaneamente alla spinta
verso la pace venuta da un movimento quale Solidarnosc,
cui si deve in larga parte la caduta dei regimi comunisti in Polonia
e nell'Europa dell'Est?
Oggi, quarant'anni dopo, sono ancora i «movimenti per
i diritti umani» a tenere il campo e a spingere il mondo verso
il rinnovamento e la pace. Essi riflettono, da un lato, le tensioni
sociali e, dall'altro, le speranze dell'umanità
di oggi. Il loro impatto sulla politica nazionale
e internazionale è sotto gli occhi di tutti. Lo si è
visto clamorosamente a Seattle (USA), in occasione del Millennium
Round (1999), indetto dalla Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO). Numerosi gruppi provenienti da ogni parte del mondo -
in rappresentanza di 1.387 realtà di base di 90 Paesi -
scesero rumorosamente in piazza. Purtroppo si produssero incidenti
che, sommandosi alle difficoltà interne allo stesso dibattito,
indussero a interrompere il vertice. In realtà, i movimenti
intendevano protestare pacificamente contro il proposito del WTO di
adeguare la liberalizzazione del commercio ai processi di globalizzazione,
senza tenere nel dovuto conto i gravi problemi e i diritti dei Paesi
in via di sviluppo.
In seguito anche altri «movimenti per i diritti umani»
(sempre più numerosi) hanno fatto sentire la loro voce. Il
fatto che i manifestanti non sempre siano riusciti a evitare indebite
strumentalizzazioni da parte di fazioni violente non annulla il loro
significato di «segno dei tempi», né il valore
positivo degli ideali, dell'azione e dello sforzo che
essi oggi compiono per passare dalla protesta, spesso sterile e infruttuosa,
alla proposta positiva di percorsi nuovi
per realizzare un mondo migliore, solidale e pacificato. In fondo,
i «movimenti per i diritti umani» vanno esattamente nel
senso indicato dalla Pacem in terris,
quando sostiene che i poteri pubblici con autorità su piano
mondiale siano istituiti di comune accordo e non si impongano con
la forza; che occorre quindi vigilare, affinché «poteri
pubblici supernazionali o mondiali imposti con la forza dalle comunità
politiche più potenti o non siano o non divengano strumento
di interessi particolaristici» (Pacem
in terris, cit., n. 47, p. 85).
2. Un'autorità soprannazionale effettiva
Un secondo aspetto «rivoluzionario» della dinamica storica,
percepito profeticamente dalla Pacem in terris,
e oggi divenuto una necessità improrogabile, è l'urgenza
di rafforzare le istituzioni internazionali nate per difendere la
pace, affinché siano in grado di garantire efficacemente il
bene comune universale della famiglia umana. Giovanni XXIII era persuaso
che la fine del colonialismo e la nascita di nuovi Stati indipendenti
fossero altrettanti «segni» che il mondo ormai era incamminato
verso una maggiore interdipendenza anche sul piano sociale e politico,
oltre che su quello economico. Da qui l'importanza
che l'enciclica annette al rafforzamento dell'Organizzazione
delle Nazioni Unite (fondata nel 1945) e alla fedele osservanza
della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell'Uomo (proclamata nel 1948), scorgendo in esse la
migliore garanzia del bene comune universale, della sicurezza internazionale
e della pace.
L'urgenza di un'autorità pubblica internazionale
più efficace a tutela dei diritti umani e del bene comune universale
si è fatta via via più pressante nei quarant'anni
trascorsi, ma non si è tuttora potuta realizzare pienamente.
Perciò - insiste Giovanni Paolo II - non è
più differibile il rafforzamento dell'ONU,
in modo che abbia effettivamente l'autorità e gli strumenti
per salvaguardare la pace e per superare
quella «preoccupante forbice tra una serie di nuovi "diritti"
promossi nelle società tecnologicamente avanzate e diritti
umani elementari che tuttora non vengono soddisfatti soprattutto
in situazioni di sottosviluppo: penso, ad esempio - esemplifica
il Papa -, al diritto al cibo, all'acqua potabile, alla
casa, all'auto-determinazione e all'indipendenza. La
pace richiede che questa distanza sia urgentemente ridotta e infine
superata» (Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace,
cit., n. 5). Se si vuol raggiungere questo fine - precisa Giovanni
Paolo II -, non basta l'insistenza sui diritti della persona
umana, se poi nello stesso tempo non si insiste sui doveri corrispondenti.
Perché non pensare a una Dichiarazione
dei doveri umani universali come integrazione della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell'Uomo? «Una più
grande consapevolezza dei doveri umani universali
sarebbe di grande beneficio alla causa della pace, perché le
fornirebbe la base morale del riconoscimento condiviso di un ordine
delle cose che non dipende dalla volontà di un individuo o
di un gruppo» (ivi).
I drammatici eventi degli ultimi anni hanno confermato, per l'ennesima
volta, quanto fosse profetica anche questa seconda istanza della Pacem
in terris. Infatti, è chiaro a tutti che
le Nazioni Unite ancora non posseggono l'autorità e la
forza necessarie per fare osservare effettivamente le norme
del diritto internazionale e, quindi, per garantire la giustizia e
la pace nel mondo. Basti citare i due esempi
recenti più gravi.
Il primo è quello della guerra del Kosovo
(1999). Essa è stata intrapresa da alcuni
Paesi della NATO per fini umanitari, ma senza chiedere -
come invece è prescritto dalla Carta
delle Nazioni Unite - l'autorizzazione del Consiglio
di Sicurezza dell'ONU, violando così l'art. 5 del
Trattato dell'Atlantico del Nord,
che autorizza il ricorso immediato all'uso della forza solo
nel caso di «legittima difesa collettiva». In sostanza
anche la NATO, decidendo da sola l'intervento militare, ha messo
in luce la debolezza delle Nazioni Unite e ha contribuito a esautorarle
ulteriormente.
Il secondo caso è tuttora aperto e ha già assestato
un altro duro colpo alla credibilità delle Nazioni Unite. Ci
riferiamo al comportamento degli Stati Uniti.
Questi, infatti, hanno reagito all'attentato terroristico dell'11
settembre 2001 movendo guerra all'Afghanistan,
senza a loro volta aver chiesto né ricevuto da parte del Consiglio
di Sicurezza l'autorizzazione all'intervento militare.
Arbitrariamente si è fatto appello alla ipotesi di legittima
difesa, che la Carta delle Nazioni Unite
prevede solo nel caso di «attacco armato» (art. 51), attacco
che presuppone uno o più determinati Stati aggressori. Ora,
non vi sono argomenti per far rientrare in questa fattispecie l'attentato
alle Torri gemelle, compiuto da membri del terrorismo internazionale,
non riconducibili a uno Stato determinato. Parimenti sono inaccettabili,
anche sul piano strettamente giuridico, sia la teorizzazione
della «guerra preventiva», sia la dichiarazione
del Presidente G. W. Bush, secondo cui gli Stati Uniti sono pronti
ad agire contro l'Iraq anche da soli, a prescindere dalla
decisione del Consiglio di Sicurezza. Che forza e che credibilità
potrà mai avere l'ONU, se uno degli Stati membri più
autorevoli, facendo valere la propria forza, si arroga il diritto-dovere
di intervenire militarmente in qualsiasi parte del mondo, dovunque
scorgesse una presunta minaccia alla propria sicurezza? Fondare i
rapporti tra i popoli sulla logica della forza e della superiorità
bellica significa in pratica svuotare il ruolo dell'ONU e minare
alla base la maggiore garanzia di pace oggi esistente.
3. Un nuovo ordine mondiale ispirato a principi
morali universali
Il terzo aspetto della dinamica storica, intuito dalla Pacem
in terris e oggi sempre più avvertito, è l'esigenza
di dare un'anima etica al nuovo ordine mondiale che nasce. Anche
su questo punto, Giovanni Paolo II riprende e attualizza il discorso
di Giovanni XXIII: «Che ci sia un grande
disordine nella situazione del mondo contemporaneo è
constatazione da tutti facilmente condivisa - dice nel suo Messaggio
per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace -. L'interrogativo
che si impone è perciò il seguente: quale
tipo di ordine può sostituire questo disordine, per
dare agli uomini e alle donne la possibilità di vivere in libertà,
giustizia e sicurezza? E poiché il mondo, pur nel suo disordine,
si sta comunque "organizzando" in vari campi (economico,
culturale e perfino politico), sorge un'altra domanda ugualmente
pressante: secondo quali principi si stanno sviluppando queste nuove
forme di ordine mondiale?» (ivi, n. 6).
In altre parole: su quali principi morali vogliamo costruire la pace
e un mondo diverso? Non si tratta - specifica il Papa -
di creare un super-Stato globale; «si intende piuttosto sottolineare
l'urgenza di accelerare i processi
già in corso per rispondere alla pressoché universale
domanda di modi democratici nell'esercizio
dell'autorità politica, sia nazionale che internazionale,
come anche alla richiesta di trasparenza
e di credibilità ad ogni livello
della vita pubblica» (ivi). Infatti,
esiste un legame inscindibile tra la verità e la pace: «L'onestà
nel dare informazioni, l'equità dei sistemi giuridici,
la trasparenza delle procedure democratiche [...] costituiscono le
vere premesse di una pace durevole» (n. 8).
Pertanto, se si vuole affrontare il problema alla radice - conclude
il Papa -, «si deve riconoscere che la pace non
è tanto questione di strutture,
quanto di persone.
Strutture e procedure di pace - giuridiche, politiche ed economiche
- sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti»,
ma occorre soprattutto una cultura di pace
e questa si può creare solo compiendo
innumerevoli «gesti di pace», che «nascono
dalla vita di persone che coltivano nel proprio
animo costanti atteggiamenti di pace» (n. 9).
Per rendere più concreto questo discorso sulla necessità
di costruire la pace attraverso un esercizio dell'autorità
politica eticamente corretto e trasparente, Giovanni Paolo II fa riferimento
alla drammatica situazione del Medio Oriente e della Terra Santa.
L'esasperato rifiuto reciproco tra palestinesi e israeliani
e la catena infinita di violenze e di vendette che vanificano ogni
tentativo serio di dialogo - dice - nascono dal mancato
rispetto sia della dignità e dei diritti della persona, sia
della verità e degli impegni assunti. «La lotta fratricida,
che ogni giorno scuote la Terra Santa contrapponendo tra loro le forze
che tessono l'immediato futuro del Medio Oriente, pone l'urgente
esigenza di uomini e di donne convinti della necessità di una
politica fondata sul rispetto della dignità e dei diritti della
persona» (n. 7). Inoltre, pacta sunt
servanda. «Gli incontri politici a livello nazionale
e internazionale servono la causa della pace solo se l'assunzione
comune degli impegni è poi rispettata da ogni parte»
(n. 8).
4. «Le religioni sono al servizio della
pace»
A questo fine - conclude il Papa - un ruolo insostituibile
spetta alla religione, la quale «possiede
un ruolo vitale
nel suscitare gesti di pace e nel consolidare
condizioni di pace. Essa può esercitare questo ruolo
tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra
su ciò che le è proprio: l'apertura a Dio, l'insegnamento
di una fratellanza universale e la promozione di una cultura di solidarietà»
(n. 9). «Dobbiamo continuare a gridarlo con forza - ha
ripetuto nel Discorso alla Curia Romana
(21 dicembre 2002) - : "Le religioni sono al servizio
della pace"».
Giovanni Paolo II ritorna spesso su questo punto, che gli sta molto
a cuore. «Il mondo odierno - scrive nella Centesimus
annus (1991) - è sempre più consapevole
che la soluzione dei gravi problemi nazionali e internazionali non
è soltanto questione di produzione economica o di organizzazione
giuridica o sociale, ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonché
cambiamento di mentalità, di comportamento e di strutture»
(n. 60). Si spiega così l'appello
che il Papa rivolge alle Chiese cristiane e
a tutte le grandi religioni del mondo, invitandole a offrire
l'unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa la dignità
dell'uomo, creato da Dio: «Sono persuaso, infatti, che
le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione
della pace e per la costruzione di una società degna dell'uomo»
(ivi).
In questa medesima ottica, si spiegano i due
incontri interreligiosi di preghiera ad Assisi, promossi da
Giovanni Paolo II. La ragione è - come egli stesso ha
spiegato - che la pace tra gli uomini e tra i popoli, prima
che nelle istituzioni e nei trattati, si radica nella disponibilità
interiore delle persone alla riconciliazione e alla convivenza pacifica
e fraterna. Essendo questa un dono di Dio, va ottenuta con la preghiera.
Viene da qui l'importanza di proseguire nel cammino ecumenico
e nel dialogo interreligioso. Il loro contributo alla creazione di
una cultura di pace è essenziale, perché nulla più
della religione porta i singoli e le comunità a sentirsi parte
di un'unica famiglia, nella quale il pluralismo e la diversità,
anziché essere un impedimento, sono motivo di arricchimento
vicendevole e di condivisione.
Questa è la «rivoluzione spirituale»,
prevista da Giovanni XXIII quarant'anni fa e ribadita
oggi da Giovanni Paolo II. Appare dunque del tutto fuorviante
accusare il Papa di «pacifismo a senso unico». A chi non
ricorda nessuna guerra o minaccia di guerra nel mondo che abbia suscitato
da parte della Chiesa reazioni paragonabili a quelle per «i
conflitti in cui a qualsiasi titolo sono coinvolti gli Stati Uniti
o Israele» (GALLI DELLA LOGGIA E., «La pace ha due volti
anche per la Chiesa», in Corriere della
Sera, 13 gennaio 2003), vorremmo chiedere se ricorda quale
altra potenza nel mondo abbia teorizzato la «guerra preventiva»
o quale altro conflitto, come quello israelo-palestinese, rischi,
acutizzandosi sempre più, di destabilizzare gravemente l'intero
Medio Oriente, con ripercussioni pericolose nel vasto mondo islamico.
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