Editoriale - febbraio 2003

Attualità dell'enciclica Pacem in terris

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Quando Giovanni XXIII, l'11 aprile 1963, indirizzò l'enciclica Pacem in terris «a tutti gli uomini di buona volontà», sostenendo che la pace era possibile, il suo parve a molti un ottimismo temerario: come poteva il Papa parlare di pace, quando solo due anni prima era stato eretto il «muro di Berlino» che spaccava il mondo a metà, quando appena sei mesi prima l'umanità si era trovata sull'orlo della guerra nucleare a causa della crisi dei missili a Cuba? Eppure - scrive Giovanni Paolo II nel Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2003) (cfr testo in questo stesso fascicolo, pp. 151-158) - «Papa Giovanni XXIII non era d'accordo con coloro che ritenevano impossibile la pace. [...] Guardando al presente e al futuro con gli occhi della fede e della ragione, il beato Giovanni XXIII intravide e interpretò le spinte profonde che già erano all'opera nella storia. Egli sapeva che le cose non sempre sono come appaiono in superficie. Malgrado le guerre e le minacce di guerre, c'era qualcos'altro all'opera nelle vicende umane, qualcosa che il Papa colse come il promettente inizio di una rivoluzione spirituale» (n. 3).
Oggi, il quarantesimo anniversario della Pacem in terris cade in un contesto storico non meno sfavorevole, segnato com'è dall'esplodere violento del terrorismo internazionale e da nuovi assordanti rumori di guerra. A prima vista, verrebbe da dire che nulla è cambiato, e che l'umanità sia condannata irreparabilmente a vivere in stato permanente di conflitto. Ma, ancora una volta, la Chiesa non è di questo avviso, ed è convinta che continui, anzi progredisca sempre più, la «rivoluzione spirituale» già annunziata da Giovanni XXXIII. Infatti, anche Giovanni Paolo II, scrutando a sua volta i «segni dei tempi», non esita a ripetere che la pace è possibile, che un mondo diverso è possibile.
Per dimostrarlo, con il suo Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace, egli ci richiama alle medesime «spinte profonde» che Papa Roncalli, quarant'anni fa, aveva interpretato profeticamente come l'inizio dell'auspicata «rivoluzione spirituale» e che oggi appaiono ancora più forti. La pace è possibile - dice Giovanni Paolo II -, perché ai nostri giorni nel mondo si è ulteriormente diffusa la triplice consapevolezza indicata dalla Pacem in terris: 1) la consapevolezza della dignità dell'uomo e dei suoi diritti inalienabili; 2) la consapevolezza della necessità di un'effettiva autorità soprannazionale; 3) la consapevolezza di un nuovo ordine mondiale da costruire, ispirato a principi morali universali sia nell'esercizio dell'autorità politica, sia in una vita pubblica caratterizzata da trasparenza e credibilità.

1. Dignità e diritti inalienabili della persona umana

Il primo aspetto della dinamica storica, che la Pacem in terris colse nel suo sorgere e che oggi è in pieno sviluppo, è la consapevolezza che «ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili» (Pacem in terris, in Enchiridion Vaticanum, 2, n. 3, pp. 22 s.). Papa Giovanni, cioè, era convinto che l'espandersi di questa nuova coscienza dei diritti umani a livello nazionale e internazionale andava nella direzione della pace e avrebbe prodotto cambiamenti «rivoluzionari» anche sul piano politico e della vita pubblica. La storia gli ha dato ragione.
Infatti, dalla consapevolezza della dignità trascendente della persona sono nati numerosi «movimenti per i diritti umani» che hanno lavorato e continuano a lavorare in favore della pace, dopo aver determinato il rovesciamento di forme di governo dittatoriali in diverse parti del mondo. Come non pensare spontaneamente alla spinta verso la pace venuta da un movimento quale Solidarnosc, cui si deve in larga parte la caduta dei regimi comunisti in Polonia e nell'Europa dell'Est?
Oggi, quarant'anni dopo, sono ancora i «movimenti per i diritti umani» a tenere il campo e a spingere il mondo verso il rinnovamento e la pace. Essi riflettono, da un lato, le tensioni sociali e, dall'altro, le speranze dell'umanità di oggi. Il loro impatto sulla politica nazionale e internazionale è sotto gli occhi di tutti. Lo si è visto clamorosamente a Seattle (USA), in occasione del Millennium Round (1999), indetto dalla Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Numerosi gruppi provenienti da ogni parte del mondo - in rappresentanza di 1.387 realtà di base di 90 Paesi - scesero rumorosamente in piazza. Purtroppo si produssero incidenti che, sommandosi alle difficoltà interne allo stesso dibattito, indussero a interrompere il vertice. In realtà, i movimenti intendevano protestare pacificamente contro il proposito del WTO di adeguare la liberalizzazione del commercio ai processi di globalizzazione, senza tenere nel dovuto conto i gravi problemi e i diritti dei Paesi in via di sviluppo.
In seguito anche altri «movimenti per i diritti umani» (sempre più numerosi) hanno fatto sentire la loro voce. Il fatto che i manifestanti non sempre siano riusciti a evitare indebite strumentalizzazioni da parte di fazioni violente non annulla il loro significato di «segno dei tempi», né il valore positivo degli ideali, dell'azione e dello sforzo che essi oggi compiono per passare dalla protesta, spesso sterile e infruttuosa, alla proposta positiva di percorsi nuovi per realizzare un mondo migliore, solidale e pacificato. In fondo, i «movimenti per i diritti umani» vanno esattamente nel senso indicato dalla Pacem in terris, quando sostiene che i poteri pubblici con autorità su piano mondiale siano istituiti di comune accordo e non si impongano con la forza; che occorre quindi vigilare, affinché «poteri pubblici supernazionali o mondiali imposti con la forza dalle comunità politiche più potenti o non siano o non divengano strumento di interessi particolaristici» (Pacem in terris, cit., n. 47, p. 85).

2. Un'autorità soprannazionale effettiva

Un secondo aspetto «rivoluzionario» della dinamica storica, percepito profeticamente dalla Pacem in terris, e oggi divenuto una necessità improrogabile, è l'urgenza di rafforzare le istituzioni internazionali nate per difendere la pace, affinché siano in grado di garantire efficacemente il bene comune universale della famiglia umana. Giovanni XXIII era persuaso che la fine del colonialismo e la nascita di nuovi Stati indipendenti fossero altrettanti «segni» che il mondo ormai era incamminato verso una maggiore interdipendenza anche sul piano sociale e politico, oltre che su quello economico. Da qui l'importanza che l'enciclica annette al rafforzamento dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (fondata nel 1945) e alla fedele osservanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (proclamata nel 1948), scorgendo in esse la migliore garanzia del bene comune universale, della sicurezza internazionale e della pace.
L'urgenza di un'autorità pubblica internazionale più efficace a tutela dei diritti umani e del bene comune universale si è fatta via via più pressante nei quarant'anni trascorsi, ma non si è tuttora potuta realizzare pienamente. Perciò - insiste Giovanni Paolo II - non è più differibile il rafforzamento dell'ONU, in modo che abbia effettivamente l'autorità e gli strumenti per salvaguardare la pace e per superare quella «preoccupante forbice tra una serie di nuovi "diritti" promossi nelle società tecnologicamente avanzate e diritti umani elementari che tuttora non vengono soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo: penso, ad esempio - esemplifica il Papa -, al diritto al cibo, all'acqua potabile, alla casa, all'auto-determinazione e all'indipendenza. La pace richiede che questa distanza sia urgentemente ridotta e infine superata» (Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace, cit., n. 5). Se si vuol raggiungere questo fine - precisa Giovanni Paolo II -, non basta l'insistenza sui diritti della persona umana, se poi nello stesso tempo non si insiste sui doveri corrispondenti. Perché non pensare a una Dichiarazione dei doveri umani universali come integrazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo? «Una più grande consapevolezza dei doveri umani universali sarebbe di grande beneficio alla causa della pace, perché le fornirebbe la base morale del riconoscimento condiviso di un ordine delle cose che non dipende dalla volontà di un individuo o di un gruppo» (ivi).
I drammatici eventi degli ultimi anni hanno confermato, per l'ennesima volta, quanto fosse profetica anche questa seconda istanza della Pacem in terris. Infatti, è chiaro a tutti che le Nazioni Unite ancora non posseggono l'autorità e la forza necessarie per fare osservare effettivamente le norme del diritto internazionale e, quindi, per garantire la giustizia e la pace nel mondo. Basti citare i due esempi recenti più gravi.
Il primo è quello della guerra del Kosovo (1999). Essa è stata intrapresa da alcuni Paesi della NATO per fini umanitari, ma senza chiedere - come invece è prescritto dalla Carta delle Nazioni Unite - l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, violando così l'art. 5 del Trattato dell'Atlantico del Nord, che autorizza il ricorso immediato all'uso della forza solo nel caso di «legittima difesa collettiva». In sostanza anche la NATO, decidendo da sola l'intervento militare, ha messo in luce la debolezza delle Nazioni Unite e ha contribuito a esautorarle ulteriormente.
Il secondo caso è tuttora aperto e ha già assestato un altro duro colpo alla credibilità delle Nazioni Unite. Ci riferiamo al comportamento degli Stati Uniti. Questi, infatti, hanno reagito all'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 movendo guerra all'Afghanistan, senza a loro volta aver chiesto né ricevuto da parte del Consiglio di Sicurezza l'autorizzazione all'intervento militare. Arbitrariamente si è fatto appello alla ipotesi di legittima difesa, che la Carta delle Nazioni Unite prevede solo nel caso di «attacco armato» (art. 51), attacco che presuppone uno o più determinati Stati aggressori. Ora, non vi sono argomenti per far rientrare in questa fattispecie l'attentato alle Torri gemelle, compiuto da membri del terrorismo internazionale, non riconducibili a uno Stato determinato. Parimenti sono inaccettabili, anche sul piano strettamente giuridico, sia la teorizzazione della «guerra preventiva», sia la dichiarazione del Presidente G. W. Bush, secondo cui gli Stati Uniti sono pronti ad agire contro l'Iraq anche da soli, a prescindere dalla decisione del Consiglio di Sicurezza. Che forza e che credibilità potrà mai avere l'ONU, se uno degli Stati membri più autorevoli, facendo valere la propria forza, si arroga il diritto-dovere di intervenire militarmente in qualsiasi parte del mondo, dovunque scorgesse una presunta minaccia alla propria sicurezza? Fondare i rapporti tra i popoli sulla logica della forza e della superiorità bellica significa in pratica svuotare il ruolo dell'ONU e minare alla base la maggiore garanzia di pace oggi esistente.

3. Un nuovo ordine mondiale ispirato a principi morali universali

Il terzo aspetto della dinamica storica, intuito dalla Pacem in terris e oggi sempre più avvertito, è l'esigenza di dare un'anima etica al nuovo ordine mondiale che nasce. Anche su questo punto, Giovanni Paolo II riprende e attualizza il discorso di Giovanni XXIII: «Che ci sia un grande disordine nella situazione del mondo contemporaneo è constatazione da tutti facilmente condivisa - dice nel suo Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace -. L'interrogativo che si impone è perciò il seguente: quale tipo di ordine può sostituire questo disordine, per dare agli uomini e alle donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e sicurezza? E poiché il mondo, pur nel suo disordine, si sta comunque "organizzando" in vari campi (economico, culturale e perfino politico), sorge un'altra domanda ugualmente pressante: secondo quali principi si stanno sviluppando queste nuove forme di ordine mondiale?» (ivi, n. 6).
In altre parole: su quali principi morali vogliamo costruire la pace e un mondo diverso? Non si tratta - specifica il Papa - di creare un super-Stato globale; «si intende piuttosto sottolineare l'urgenza di accelerare i processi già in corso per rispondere alla pressoché universale domanda di modi democratici nell'esercizio dell'autorità politica, sia nazionale che internazionale, come anche alla richiesta di trasparenza e di credibilità ad ogni livello della vita pubblica» (ivi). Infatti, esiste un legame inscindibile tra la verità e la pace: «L'onestà nel dare informazioni, l'equità dei sistemi giuridici, la trasparenza delle procedure democratiche [...] costituiscono le vere premesse di una pace durevole» (n. 8).
Pertanto, se si vuole affrontare il problema alla radice - conclude il Papa -, «si deve riconoscere che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace - giuridiche, politiche ed economiche - sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti», ma occorre soprattutto una cultura di pace e questa si può creare solo compiendo innumerevoli «gesti di pace», che «nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace» (n. 9).
Per rendere più concreto questo discorso sulla necessità di costruire la pace attraverso un esercizio dell'autorità politica eticamente corretto e trasparente, Giovanni Paolo II fa riferimento alla drammatica situazione del Medio Oriente e della Terra Santa. L'esasperato rifiuto reciproco tra palestinesi e israeliani e la catena infinita di violenze e di vendette che vanificano ogni tentativo serio di dialogo - dice - nascono dal mancato rispetto sia della dignità e dei diritti della persona, sia della verità e degli impegni assunti. «La lotta fratricida, che ogni giorno scuote la Terra Santa contrapponendo tra loro le forze che tessono l'immediato futuro del Medio Oriente, pone l'urgente esigenza di uomini e di donne convinti della necessità di una politica fondata sul rispetto della dignità e dei diritti della persona» (n. 7). Inoltre, pacta sunt servanda. «Gli incontri politici a livello nazionale e internazionale servono la causa della pace solo se l'assunzione comune degli impegni è poi rispettata da ogni parte» (n. 8).

4. «Le religioni sono al servizio della pace»

A questo fine - conclude il Papa - un ruolo insostituibile spetta alla religione, la quale «possiede un ruolo vitale nel suscitare gesti di pace e nel consolidare condizioni di pace. Essa può esercitare questo ruolo tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra su ciò che le è proprio: l'apertura a Dio, l'insegnamento di una fratellanza universale e la promozione di una cultura di solidarietà» (n. 9). «Dobbiamo continuare a gridarlo con forza - ha ripetuto nel Discorso alla Curia Romana (21 dicembre 2002) - : "Le religioni sono al servizio della pace"».
Giovanni Paolo II ritorna spesso su questo punto, che gli sta molto a cuore. «Il mondo odierno - scrive nella Centesimus annus (1991) - è sempre più consapevole che la soluzione dei gravi problemi nazionali e internazionali non è soltanto questione di produzione economica o di organizzazione giuridica o sociale, ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonché cambiamento di mentalità, di comportamento e di strutture» (n. 60). Si spiega così l'appello che il Papa rivolge alle Chiese cristiane e a tutte le grandi religioni del mondo, invitandole a offrire l'unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa la dignità dell'uomo, creato da Dio: «Sono persuaso, infatti, che le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione di una società degna dell'uomo» (ivi).
In questa medesima ottica, si spiegano i due incontri interreligiosi di preghiera ad Assisi, promossi da Giovanni Paolo II. La ragione è - come egli stesso ha spiegato - che la pace tra gli uomini e tra i popoli, prima che nelle istituzioni e nei trattati, si radica nella disponibilità interiore delle persone alla riconciliazione e alla convivenza pacifica e fraterna. Essendo questa un dono di Dio, va ottenuta con la preghiera. Viene da qui l'importanza di proseguire nel cammino ecumenico e nel dialogo interreligioso. Il loro contributo alla creazione di una cultura di pace è essenziale, perché nulla più della religione porta i singoli e le comunità a sentirsi parte di un'unica famiglia, nella quale il pluralismo e la diversità, anziché essere un impedimento, sono motivo di arricchimento vicendevole e di condivisione.
Questa è la «rivoluzione spirituale», prevista da Giovanni XXIII quarant'anni fa e ribadita oggi da Giovanni Paolo II. Appare dunque del tutto fuorviante accusare il Papa di «pacifismo a senso unico». A chi non ricorda nessuna guerra o minaccia di guerra nel mondo che abbia suscitato da parte della Chiesa reazioni paragonabili a quelle per «i conflitti in cui a qualsiasi titolo sono coinvolti gli Stati Uniti o Israele» (GALLI DELLA LOGGIA E., «La pace ha due volti anche per la Chiesa», in Corriere della Sera, 13 gennaio 2003), vorremmo chiedere se ricorda quale altra potenza nel mondo abbia teorizzato la «guerra preventiva» o quale altro conflitto, come quello israelo-palestinese, rischi, acutizzandosi sempre più, di destabilizzare gravemente l'intero Medio Oriente, con ripercussioni pericolose nel vasto mondo islamico.