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La finanza etica ha fatto la sua comparsa sulla scena italiana in
tempi relativamente recenti. Questo comparto del sistema finanziario
che, secondo diverse modalità, si propone di perseguire finalità
socio-ambientali, ha infatti cominciato a conoscere le luci della
ribalta intorno alla seconda metà degli anni Novanta, soprattutto
grazie a una duplice circostanza: da una parte, l'avvio del
progetto di costituzione della Banca popolare etica, la banca del
Terzo settore «per definizione»; dall'altra, la
nascita dei primi fondi di investimento socialmente responsabili,
ossia di quei fondi comuni che selezionano i propri investimenti in
titoli azionari e/o obbligazionari sulla base di determinati parametri
etici, comunemente definiti criteri negativi (o di esclusione) e criteri
positivi (o di inclusione).
Tuttavia, l'espressione «finanza etica» comprende
non solo i fondi etici e l'istituto bancario che ha aperto i
battenti a Padova l'8 marzo 1999, ma anche un'ampia serie
di realtà che si occupano, per es., di microcredito, microfinanza,
credito alle organizzazioni non-profit di
natura produttiva (per es., cooperative sociali) e redistributiva
(associazioni, comitati, ecc.). Si tratta, quindi, di una tipica espressione
contenitore, un po' come un menu
che prevede diverse portate per palati altrettanto diversi e dove
finiscono per essercene alcune che vanno per la maggiore, altre meno.
Il microcredito
Secondo la definizione adottata nel 1997 al World Microcredit Summit
di Washington, il microcredito consiste in «programmi che estendono
piccoli prestiti a persone molto povere per progetti di autoimpiego
che creano reddito, permettendo loro di sostenere se stessi».
Circondato per anni da scetticismo generale, il microcredito è
assurto agli onori della ribalta per via dei successi ottenuti dalla
Grameen Bank. L'istituto fondato nel 1976 in Bangladesh dal
prof. Muhammad Yunus è, infatti, la quinta banca del Bangladesh
e la maggiore banca etica del mondo, con una raccolta di circa un
miliardo di dollari, tre quarti dei quali impiegati in prestiti a
favore dei 2,3 milioni di soci nullatenenti (il 95% donne) dislocati
in oltre 38.000 villaggi. La Grameen Bank (letteralmente: «Cassa
rurale»), che oggi può contare su 1.160 agenzie e raggiunge
68.440 centri, concede prestiti di modesta entità (in media
160 dollari) e supporto organizzativo ai più poveri, senza
pretendere alcuna garanzia in cambio, movendosi sulla base della convinzione
che siano sufficienti pochi milioni di dollari prestati ai poveri
attraverso il sistema del microcredito per sconfiggere la povertà.
Parte integrante di questa filosofia è il principio che non
debbano essere i clienti ad andare in banca, ma la banca ad andare
dai clienti, e che il meccanismo di funzionamento dell'attività
della banca debba essere della massima semplicità. Per questo
è stato messo a punto un meccanismo di rimborso, che assicura
percentuali di restituzione dei prestiti elevatissime (superiori al
95%) e caratterizzato da: prestito con scadenza annuale; tratte settimanali
di identico importo; inizio dei pagamenti dopo una settimana dalla
concessione del prestito; tasso di interesse del 20%; quota di rimborso
del 2% a settimana per 50 settimane.
In Italia, tra le iniziative di microcredito più significative
figurano le MAG (mutue di autogestione). Piccole società finanziarie
nate tra il 1978 e il 1995, esse erogano a soggetti poco o affatto
bancabili (cioè esclusi dai circuiti tradizionali del credito)
finanziamenti di importo non elevato a tassi di interesse contenuti.
La prima MAG a essere costituita fu quella di Verona; l'ultima,
la MAG di Suzzara (MN). Nell'arco di circa 17 anni sono nate
altre 8 MAG: MAG2 finance di Milano; MAG Servizi di Verona/Chievo;
Autogest di Udine; MAG3, ora Spes, di Padova; MAG4 Piemonte; MAG6
servizi di Reggio Emilia; CTM-MAG, ora Consorzio Etimos, di Padova;
MAG Venezia. Le MAG sono state tra i soggetti promotori della Banca
popolare etica.
La microfinanza
Sebbene microcredito e microfinanza vengano spesso utilizzati come
sinonimi, c'è una profonda differenza concettuale fra
le due espressioni. Infatti il microcredito è una forma di
finanziamento a chi altrimenti rimarrebbe del tutto escluso dai circuiti
tradizionali del credito (come, appunto, le donne del Bangladesh);
la microfinanza invece si rivolge a soggetti che, pur essendo al di
sotto o vicino alla soglia di povertà, sono economicamente
attivi (stimati in circa 400 milioni nel mondo): piccoli artigiani,
allevatori, piccoli imprenditori o aspiranti tali. Persone che, se
assistite con gli strumenti della finanza (tradizionale, ma non solo),
potrebbero uscire dalla condizione di precarietà in cui versano.
Una delle testimonianze più «eloquenti» di microfinanza
si è avuta proprio in Italia negli anni '90 attraverso
il «prestito d'onore» (un'iniziativa che,
peraltro, non ha mancato di suscitare polemiche anche particolarmente
aspre). Il «prestito» consisteva in un mix di contributo
a fondo perduto e di credito a tasso agevolato, per un importo complessivo
di circa 30.000 euro, erogato dalla società pubblica Sviluppo
Italia a giovani privi di garanzie patrimoniali, ma con una buona
idea imprenditoriale. In tal modo, in pochi anni sono state presentate
115.000 domande, delle quali 24.000 hanno dato origine a nuove attività
(il 30% rappresentato dall'emersione di precedenti attività
in nero, il 70% da nuove attività), praticamente ancora tutte
in vita, con grande diffusione nel Mezzogiorno, area dove il fenomeno
della disoccupazione strutturale è più diffuso.
Il credito al settore non-profit
Una delle accezioni più conosciute di finanza etica configura
una finanza dedita, pressoché esclusivamente, al sostegno di
organizzazioni operanti nel Terzo settore. E tra le realtà
più attive su questo fronte vi è sicuramente la Banca
popolare etica, nata in seguito all'intuizione che MAG, ACLI,
ARCI, AGESCI e altre poche associazioni (in tutto 22) ebbero nel 1994,
allorché decisero di costituire l'Associazione «Verso
la banca etica», con l'obiettivo di definire le tappe
costitutive di un istituto di credito «amico» del Terzo
settore. La Banca aprì i battenti l'8 marzo 1999, una
data fortemente simbolica perché ricorrenza del ventunesimo
anniversario del primo prestito «alternativo» erogato
dalla MAG di Verona a una cooperativa agricola della Valpolicella
che, per la circostanza, decise di chiamarsi proprio Ottomarzo.
In meno di 4 anni, Banca popolare etica ha già aperto 7 filiali
in altrettante città (Padova, Milano, Brescia, Roma, Vicenza,
Treviso, Firenze). Secondo i dati relativi all'ultimo bilancio
di esercizio, al 31 dicembre 2001, la raccolta globale si attestava
a 123,253 milioni di euro (+66% rispetto all'anno precedente),
i finanziamenti deliberati ammontavano a 69,002 milioni, gli impieghi
complessivi a 48,390 milioni, i dipendenti risultavano 38 (14 in più
rispetto al 2000).
Tuttavia, il credito al Terzo settore non si esaurisce nell'attività,
pur importantissima, svolta da questa banca. Sono da segnalare ancora
(almeno) l'iniziativa della COSIS (Compagnia sviluppo imprese
sociali), la merchant bank etica nata
su impulso della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, dedita soprattutto
al sostegno al mondo della cooperazione sociale. E, sempre a proposito
di fondazioni di origine bancaria, va sottolineato il loro ruolo di
polmone finanziario per gli enti non lucrativi, un ruolo indispensabile
per la crescita e il consolidamento del non-profit
nel Paese.
I fondi etici
I fondi etici si distinguono, fondamentalmente, in due categorie:
i fondi a devoluzione e i fondi socialmente responsabili.
I fondi a devoluzione sono stati i primi ad apparire sul nostro mercato.
La loro «eticità» consiste nel fatto che al sottoscrittore
viene data la possibilità di destinare una parte delle commissioni
di gestione e/o dei rendimenti ottenuti a organizzazioni non-profit,
di solito incluse in un paniere di enti già selezionati dal
gestore. A volte, poi, la società di gestione stessa fa una
donazione, a forfait o calcolata sulla
base di una percentuale del patrimonio gestito. Questi fondi di solito
non amministrano capitali particolarmente cospicui e il loro «peso
specifico» nel mondo del risparmio gestito è destinato
a diminuire.
Tutt'altra tendenza interessa i fondi di investimento socialmente
responsabili. In Italia, attualmente, ne vengono commercializzati
una ventina (tra italiani e stranieri), ma il loro numero è
destinato ad aumentare. Basti pensare che in Europa, negli ultimi
due anni, il numero di fondi socialmente responsabili è aumentato
di ben il 78%, arrivando a sfiorare le 300 unità. La loro peculiarità
è l'investimento in titoli (azionari e/o obbligazionari)
selezionati sulla base di criteri che vengono definiti negativi e
positivi. Si ricorre ai criteri negativi quando il gestore esclude
i titoli emessi da soggetti che non rispettano determinati parametri
«etici»: per es., aziende che inquinano, che operano nei
settori della produzione e del commercio di armi, della produzione
e distribuzione del tabacco o delle biotecnologie per usi alimentari.
Si applicano, invece, criteri positivi, quando la selezione dei titoli
comprende aziende per le quali sia prassi consolidata l'applicazione
di codici etici di comportamento (preferibilmente elaborati con la
collaborazione di organizzazioni non-profit)
e di codici di corporate governance
(che riguardano meccanismi di controllo interno, separazione dei ruoli,
composizione del consiglio di amministrazione, valorizzazione del
capitale intellettuale, formazione continua, definizione di percorsi
di carriera dei dipendenti, partecipazione dei dipendenti alle decisioni
e ai risultati finanziari). Nel caso poi di titoli del debito pubblico,
si privilegiano quelli emessi da Paesi che hanno adottato le convenzioni
sui diritti umani, nei quali vigono consolidati sistemi democratici,
dove si applicano leggi severe contro lo sfruttamento del lavoro minorile.
A effettuare queste selezioni per conto dei gestori provvedono, di
solito, apposite agenzie di rating socio-ambientale
che, per stilare vere e proprie pagelle di eticità, ricorrono
anche a un approccio definito «best in
class»: vengono cioè «premiati» non
solo quei soggetti che rispettano i suddetti parametri, ma anche,
per esempio, quelle aziende che, pur appartenendo a settori cosiddetti
a rischio dal punto di vista della sostenibilità socio-ambientale
(auto, chimica, tessile, ecc.), hanno preso misure per limitare l'impatto
ambientale delle proprie produzioni e coinvolgere il personale nella
gestione. Si pensi alla predisposizione di progetti per l'utilizzo
di forme di energia rinnovabili; oppure alla redazione, in partnership
con enti non governativi, di codici etici aziendali; o, ancora, alla
riqualificazione e bonifica di siti industriali contaminati. I fondi
etici si sono rivelati capaci di garantire rendimenti più che
lusinghieri, in linea, se non addirittura superiori, a quelli dei
fondi tradizionali. Gli esempi non mancano, soprattutto negli Stati
Uniti, patria degli investimenti socialmente responsabili, con un
patrimonio gestito di oltre 2.340 miliardi di dollari nel 2001. Ma
anche l'Italia «si difende» abbastanza bene. Infatti,
prima dello scoppio della bolla speculativa nella primavera del 2000,
che ha travolto indifferentemente i principali mercati internazionali,
alcuni fondi etici hanno realizzato performance
anche superiori al 30%. È il caso del fondo azionario internazionale
etico del San Paolo-IMI, fondo che si contende il primato in Europa
per patrimonio gestito (circa 800 milioni di euro) con Friends, Ivory
& Sime (società inglese attiva nel settore dal 1984 e leader
in Gran Bretagna con oltre il 50% del mercato di riferimento).
Il menu finanza etica non si esaurisce nelle portate sin qui elencate.
Vi rientrano, tanto per citarne alcune altre, i benchmark
etici (indici che monitorano l'andamento delle performance
di un paniere di imprese socialmente responsabili); i fondi chiusi
(fondi che investono in aziende socialmente responsabili non quotate);
i fondi immobiliari (fondi che impiegano il denaro nell'acquisto
di immobili a uso sociale quali, per es., cliniche e case di cura
per anziani). Insomma, si tratta di un comparto della finanza in continua
espansione, che, grazie alla diffusa domanda di etica nell'economia
- soprattutto sull'onda degli scandali finanziari americani
-, sta conoscendo picchi insospettabili.
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