Lessico oggi - gennaio 2003

Finanza etica

di Francesco Maggio
Giornalista di «Vita» e «Il sole 24 ore»

 

La finanza etica ha fatto la sua comparsa sulla scena italiana in tempi relativamente recenti. Questo comparto del sistema finanziario che, secondo diverse modalità, si propone di perseguire finalità socio-ambientali, ha infatti cominciato a conoscere le luci della ribalta intorno alla seconda metà degli anni Novanta, soprattutto grazie a una duplice circostanza: da una parte, l'avvio del progetto di costituzione della Banca popolare etica, la banca del Terzo settore «per definizione»; dall'altra, la nascita dei primi fondi di investimento socialmente responsabili, ossia di quei fondi comuni che selezionano i propri investimenti in titoli azionari e/o obbligazionari sulla base di determinati parametri etici, comunemente definiti criteri negativi (o di esclusione) e criteri positivi (o di inclusione).
Tuttavia, l'espressione «finanza etica» comprende non solo i fondi etici e l'istituto bancario che ha aperto i battenti a Padova l'8 marzo 1999, ma anche un'ampia serie di realtà che si occupano, per es., di microcredito, microfinanza, credito alle organizzazioni non-profit di natura produttiva (per es., cooperative sociali) e redistributiva (associazioni, comitati, ecc.). Si tratta, quindi, di una tipica espressione contenitore, un po' come un menu che prevede diverse portate per palati altrettanto diversi e dove finiscono per essercene alcune che vanno per la maggiore, altre meno.

Il microcredito

Secondo la definizione adottata nel 1997 al World Microcredit Summit di Washington, il microcredito consiste in «programmi che estendono piccoli prestiti a persone molto povere per progetti di autoimpiego che creano reddito, permettendo loro di sostenere se stessi». Circondato per anni da scetticismo generale, il microcredito è assurto agli onori della ribalta per via dei successi ottenuti dalla Grameen Bank. L'istituto fondato nel 1976 in Bangladesh dal prof. Muhammad Yunus è, infatti, la quinta banca del Bangladesh e la maggiore banca etica del mondo, con una raccolta di circa un miliardo di dollari, tre quarti dei quali impiegati in prestiti a favore dei 2,3 milioni di soci nullatenenti (il 95% donne) dislocati in oltre 38.000 villaggi. La Grameen Bank (letteralmente: «Cassa rurale»), che oggi può contare su 1.160 agenzie e raggiunge 68.440 centri, concede prestiti di modesta entità (in media 160 dollari) e supporto organizzativo ai più poveri, senza pretendere alcuna garanzia in cambio, movendosi sulla base della convinzione che siano sufficienti pochi milioni di dollari prestati ai poveri attraverso il sistema del microcredito per sconfiggere la povertà. Parte integrante di questa filosofia è il principio che non debbano essere i clienti ad andare in banca, ma la banca ad andare dai clienti, e che il meccanismo di funzionamento dell'attività della banca debba essere della massima semplicità. Per questo è stato messo a punto un meccanismo di rimborso, che assicura percentuali di restituzione dei prestiti elevatissime (superiori al 95%) e caratterizzato da: prestito con scadenza annuale; tratte settimanali di identico importo; inizio dei pagamenti dopo una settimana dalla concessione del prestito; tasso di interesse del 20%; quota di rimborso del 2% a settimana per 50 settimane.
In Italia, tra le iniziative di microcredito più significative figurano le MAG (mutue di autogestione). Piccole società finanziarie nate tra il 1978 e il 1995, esse erogano a soggetti poco o affatto bancabili (cioè esclusi dai circuiti tradizionali del credito) finanziamenti di importo non elevato a tassi di interesse contenuti. La prima MAG a essere costituita fu quella di Verona; l'ultima, la MAG di Suzzara (MN). Nell'arco di circa 17 anni sono nate altre 8 MAG: MAG2 finance di Milano; MAG Servizi di Verona/Chievo; Autogest di Udine; MAG3, ora Spes, di Padova; MAG4 Piemonte; MAG6 servizi di Reggio Emilia; CTM-MAG, ora Consorzio Etimos, di Padova; MAG Venezia. Le MAG sono state tra i soggetti promotori della Banca popolare etica.

La microfinanza

Sebbene microcredito e microfinanza vengano spesso utilizzati come sinonimi, c'è una profonda differenza concettuale fra le due espressioni. Infatti il microcredito è una forma di finanziamento a chi altrimenti rimarrebbe del tutto escluso dai circuiti tradizionali del credito (come, appunto, le donne del Bangladesh); la microfinanza invece si rivolge a soggetti che, pur essendo al di sotto o vicino alla soglia di povertà, sono economicamente attivi (stimati in circa 400 milioni nel mondo): piccoli artigiani, allevatori, piccoli imprenditori o aspiranti tali. Persone che, se assistite con gli strumenti della finanza (tradizionale, ma non solo), potrebbero uscire dalla condizione di precarietà in cui versano. Una delle testimonianze più «eloquenti» di microfinanza si è avuta proprio in Italia negli anni '90 attraverso il «prestito d'onore» (un'iniziativa che, peraltro, non ha mancato di suscitare polemiche anche particolarmente aspre). Il «prestito» consisteva in un mix di contributo a fondo perduto e di credito a tasso agevolato, per un importo complessivo di circa 30.000 euro, erogato dalla società pubblica Sviluppo Italia a giovani privi di garanzie patrimoniali, ma con una buona idea imprenditoriale. In tal modo, in pochi anni sono state presentate 115.000 domande, delle quali 24.000 hanno dato origine a nuove attività (il 30% rappresentato dall'emersione di precedenti attività in nero, il 70% da nuove attività), praticamente ancora tutte in vita, con grande diffusione nel Mezzogiorno, area dove il fenomeno della disoccupazione strutturale è più diffuso.

Il credito al settore non-profit

Una delle accezioni più conosciute di finanza etica configura una finanza dedita, pressoché esclusivamente, al sostegno di organizzazioni operanti nel Terzo settore. E tra le realtà più attive su questo fronte vi è sicuramente la Banca popolare etica, nata in seguito all'intuizione che MAG, ACLI, ARCI, AGESCI e altre poche associazioni (in tutto 22) ebbero nel 1994, allorché decisero di costituire l'Associazione «Verso la banca etica», con l'obiettivo di definire le tappe costitutive di un istituto di credito «amico» del Terzo settore. La Banca aprì i battenti l'8 marzo 1999, una data fortemente simbolica perché ricorrenza del ventunesimo anniversario del primo prestito «alternativo» erogato dalla MAG di Verona a una cooperativa agricola della Valpolicella che, per la circostanza, decise di chiamarsi proprio Ottomarzo.
In meno di 4 anni, Banca popolare etica ha già aperto 7 filiali in altrettante città (Padova, Milano, Brescia, Roma, Vicenza, Treviso, Firenze). Secondo i dati relativi all'ultimo bilancio di esercizio, al 31 dicembre 2001, la raccolta globale si attestava a 123,253 milioni di euro (+66% rispetto all'anno precedente), i finanziamenti deliberati ammontavano a 69,002 milioni, gli impieghi complessivi a 48,390 milioni, i dipendenti risultavano 38 (14 in più rispetto al 2000).
Tuttavia, il credito al Terzo settore non si esaurisce nell'attività, pur importantissima, svolta da questa banca. Sono da segnalare ancora (almeno) l'iniziativa della COSIS (Compagnia sviluppo imprese sociali), la merchant bank etica nata su impulso della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, dedita soprattutto al sostegno al mondo della cooperazione sociale. E, sempre a proposito di fondazioni di origine bancaria, va sottolineato il loro ruolo di polmone finanziario per gli enti non lucrativi, un ruolo indispensabile per la crescita e il consolidamento del non-profit nel Paese.

I fondi etici

I fondi etici si distinguono, fondamentalmente, in due categorie: i fondi a devoluzione e i fondi socialmente responsabili.
I fondi a devoluzione sono stati i primi ad apparire sul nostro mercato. La loro «eticità» consiste nel fatto che al sottoscrittore viene data la possibilità di destinare una parte delle commissioni di gestione e/o dei rendimenti ottenuti a organizzazioni non-profit, di solito incluse in un paniere di enti già selezionati dal gestore. A volte, poi, la società di gestione stessa fa una donazione, a forfait o calcolata sulla base di una percentuale del patrimonio gestito. Questi fondi di solito non amministrano capitali particolarmente cospicui e il loro «peso specifico» nel mondo del risparmio gestito è destinato a diminuire.
Tutt'altra tendenza interessa i fondi di investimento socialmente responsabili. In Italia, attualmente, ne vengono commercializzati una ventina (tra italiani e stranieri), ma il loro numero è destinato ad aumentare. Basti pensare che in Europa, negli ultimi due anni, il numero di fondi socialmente responsabili è aumentato di ben il 78%, arrivando a sfiorare le 300 unità. La loro peculiarità è l'investimento in titoli (azionari e/o obbligazionari) selezionati sulla base di criteri che vengono definiti negativi e positivi. Si ricorre ai criteri negativi quando il gestore esclude i titoli emessi da soggetti che non rispettano determinati parametri «etici»: per es., aziende che inquinano, che operano nei settori della produzione e del commercio di armi, della produzione e distribuzione del tabacco o delle biotecnologie per usi alimentari. Si applicano, invece, criteri positivi, quando la selezione dei titoli comprende aziende per le quali sia prassi consolidata l'applicazione di codici etici di comportamento (preferibilmente elaborati con la collaborazione di organizzazioni non-profit) e di codici di corporate governance (che riguardano meccanismi di controllo interno, separazione dei ruoli, composizione del consiglio di amministrazione, valorizzazione del capitale intellettuale, formazione continua, definizione di percorsi di carriera dei dipendenti, partecipazione dei dipendenti alle decisioni e ai risultati finanziari). Nel caso poi di titoli del debito pubblico, si privilegiano quelli emessi da Paesi che hanno adottato le convenzioni sui diritti umani, nei quali vigono consolidati sistemi democratici, dove si applicano leggi severe contro lo sfruttamento del lavoro minorile.
A effettuare queste selezioni per conto dei gestori provvedono, di solito, apposite agenzie di rating socio-ambientale che, per stilare vere e proprie pagelle di eticità, ricorrono anche a un approccio definito «best in class»: vengono cioè «premiati» non solo quei soggetti che rispettano i suddetti parametri, ma anche, per esempio, quelle aziende che, pur appartenendo a settori cosiddetti a rischio dal punto di vista della sostenibilità socio-ambientale (auto, chimica, tessile, ecc.), hanno preso misure per limitare l'impatto ambientale delle proprie produzioni e coinvolgere il personale nella gestione. Si pensi alla predisposizione di progetti per l'utilizzo di forme di energia rinnovabili; oppure alla redazione, in partnership con enti non governativi, di codici etici aziendali; o, ancora, alla riqualificazione e bonifica di siti industriali contaminati. I fondi etici si sono rivelati capaci di garantire rendimenti più che lusinghieri, in linea, se non addirittura superiori, a quelli dei fondi tradizionali. Gli esempi non mancano, soprattutto negli Stati Uniti, patria degli investimenti socialmente responsabili, con un patrimonio gestito di oltre 2.340 miliardi di dollari nel 2001. Ma anche l'Italia «si difende» abbastanza bene. Infatti, prima dello scoppio della bolla speculativa nella primavera del 2000, che ha travolto indifferentemente i principali mercati internazionali, alcuni fondi etici hanno realizzato performance anche superiori al 30%. È il caso del fondo azionario internazionale etico del San Paolo-IMI, fondo che si contende il primato in Europa per patrimonio gestito (circa 800 milioni di euro) con Friends, Ivory & Sime (società inglese attiva nel settore dal 1984 e leader in Gran Bretagna con oltre il 50% del mercato di riferimento).
Il menu finanza etica non si esaurisce nelle portate sin qui elencate. Vi rientrano, tanto per citarne alcune altre, i benchmark etici (indici che monitorano l'andamento delle performance di un paniere di imprese socialmente responsabili); i fondi chiusi (fondi che investono in aziende socialmente responsabili non quotate); i fondi immobiliari (fondi che impiegano il denaro nell'acquisto di immobili a uso sociale quali, per es., cliniche e case di cura per anziani). Insomma, si tratta di un comparto della finanza in continua espansione, che, grazie alla diffusa domanda di etica nell'economia - soprattutto sull'onda degli scandali finanziari americani -, sta conoscendo picchi insospettabili.