Editoriale - dicembre 2002

«Votare» per il crocifisso?

Bartolomeo Sorge S.I.

 

La richiesta della Lega Nord di esporre il crocifisso nell'aula del Consiglio comunale di Milano ha riacceso un dibattito che sembrava sopito. Il 30 ottobre 2002 l'Ufficio di presidenza di Palazzo Marino ha respinto all'unanimità la proposta del Carroccio, specificando che nell'aula consiliare il crocifisso già c'è: scolpito nello scudo crociato di pietra (uno stemma risalente alla prima crociata), ricamato sul gonfalone della Città e dipinto sullo sfondo del quadro che raffigura sant'Ambrogio, patrono di Milano. I leghisti ovviamente sono rimasti insoddisfatti e si sono detti decisi a presentare un'analoga mozione per l'affissione del crocifisso nell'aula del Consiglio regionale, e a chiedere inoltre l'istituzione di un fondo speciale per coprire le spese necessarie a esporre il simbolo religioso nelle aule scolastiche.

Poiché la Lega è intenzionata a proseguire la battaglia, raccogliendo anche le firme dei cittadini a sostegno della propria iniziativa, è probabile che la questione terrà ancora banco. Perciò, può essere utile chiarirne le implicazioni e indicare alcuni criteri per risolverla adeguatamente. I punti da tenere presenti ci sembrano soprattutto i seguenti: in primo luogo, occorre avere chiaro il rapporto tra religione e laicità dello Stato; in secondo luogo, va ribadita la natura religiosa del simbolo della croce; in terzo luogo, è giusto riconoscere altresì la valenza culturale che il crocifisso di fatto ha acquisito; infine, sarà possibile individuare alcune linee di soluzione.

1. Religione e laicità dello Stato

Il dibattito sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici è la spia di un problema molto più profondo, cioè del rapporto tra coscienza religiosa e coscienza civile all'interno della nostra società pluralistica e secolarizzata.

Tale rapporto è divenuto più complesso, anche perché la cultura laica ha assimilato elementi di cultura religiosa, integrandoli nelle strutture civili. Oggi infatti molti valori di origine religiosa sono comunemente ritenuti «valori laici» e come tali sono recepiti nelle Carte costituzionali di molti Paesi e in numerosi documenti di diritto internazionale. Così è avvenuto, per esempio, del primato della persona umana, del valore della solidarietà, del principio di sussidiarietà, la cui prima formulazione risale all'enciclica Quadragesimo anno (1931) di Pio XI. Si tratta di valori e di principi di antica origine cristiana, che appartengono ormai alla cultura civile del nostro tempo. Ciò spiega, per esempio, perché Benedetto Croce, movendo dalla premessa che un progetto di società non può sussistere se non si fonda su una cultura e su una «fede morale», sorrette da un habitus religioso, ha potuto scrivere il suo famoso «Perché non possiamo non dirci cristiani» (cfr B. Croce, Cultura e vita morale, cap. XXII: «Fede e programmi», Laterza, Bari 1955, 161 e 166).

Ovviamente una simile concezione «laica» della fede - che riduce il cristianesimo esclusivamente a una sorta di «religione civile» - per il credente non è accettabile. Risulta fuorviante considerare la religione come mero fattore di stabilizzazione e di integrazione sociale.

Per affrontare serenamente il problema, occorre invece prendere il fatto religioso nella sua realtà integrale e mantenere la distinzione tra l'ambito laico dello Stato e quello religioso della Chiesa. Questa distinzione è ormai fuori discussione e definitivamente acquisita sia sul piano storico, sia su quello teologico: la Chiesa «in nessuna maniera si confonde con la comunità politica [¼]. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 76). Nello stesso tempo, è ormai comunemente accettato che coscienza civile e coscienza religiosa, pur appartenendo a piani distinti, sono destinate però non a contrapporsi, ma a incontrarsi. La distinzione dei piani, cioè, non può né deve impedire la collaborazione tra Stato e Chiesa, specialmente in quegli ambiti (come, per esempio, la famiglia, l'educazione dei figli o le questioni riguardanti la vita) nei quali comunità politica e comunità religiosa in certa misura si compenetrano.

Sono principi ormai recepiti dalla Chiesa e condivisi pure dallo Stato: «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese» (Accordo di revisione del Concordato lateranense [1984], art.1).

In altre parole, da un lato, la Chiesa oggi è consapevole che la fede religiosa (con i suoi atti e con i suoi simboli) non si può imporre a nessuno; tant'è vero che non ha esitato a chiedere perdono pubblicamente per quei casi nei quali in passato si è comportata in modo difforme. D'altro lato, anche lo Stato è consapevole che la sua laicità esclude ogni ingerenza in campo religioso: non può, perciò, né imporre né proibire gli atti religiosi e l'ostensione di simboli religiosi. Tuttavia, nell'ambito del bene comune (nel rispetto sempre dell'ordine pubblico, della legalità e della pubblica moralità), lo Stato «laico» riconosce la rilevanza sociale del fatto religioso, tutela la libertà religiosa e ne garantisce l'esercizio.

Su questi punti coincidono sia il Concilio Vaticano II, sia l'Accordo di revisione del Concordato lateranense. «La potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale - afferma il Concilio -, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi» (Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, n. 3). Gli fa eco l'Accordo di revisione del Concordato lateranense: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado» (art. 9).

Pertanto, come la Chiesa non può imporre a nessuno la fede, i suoi atti e i suoi simboli, ma (senza sconfinare in ambito politico) ha il diritto di annunziare il Vangelo e di operare con piena libertà nel campo religioso che le è proprio, così lo Stato (senza sconfinare in ambito religioso) è tenuto a tutelare la libertà della Chiesa e il pieno esercizio della sua missione religiosa. Perciò, per quanto riguarda l'affissione del crocifisso, trattandosi di un simbolo religioso, nessuno mette in dubbio la legittimità che esso sia esposto alla pubblica venerazione dei fedeli nei luoghi di culto o in altri luoghi appropriati. Il problema si pone solo a proposito della esposizione della croce nei luoghi pubblici, non destinati al culto e agli atti religiosi. Che fare: lasciarli affissi o toglierli di mezzo? La soluzione va cercata appunto nel clima di mutua collaborazione che regola oggi i rapporti tra Stato e Chiesa, cioè nel vicendevole rispetto della laicità dello Stato e della libertà religiosa.

2. La croce non si può strumentalizzare

In questo contesto, appare - in primo luogo - del tutto inaccettabile qualsiasi tentativo di strumentalizzare la religione e il crocifisso a fini politici, da parte dell'uno o dell'altro partito. La Chiesa, mentre sta attenta a non invadere l'ambito politico, esige però anche che la politica rispetti la sua autonomia. Rifiuta, perciò, decisamente ogni forma di collateralismo: «La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica democrazia» (Giovanni Paolo II, Discorso al Terzo Convegno della Chiesa italiana, 23 novembre 1995, n. 10, in L'Osservatore Romano, 24 novembre 1995). Questa libertà è condizione essenziale affinché essa possa intervenire in modo credibile ed efficace sia sul piano religioso dell'annuncio della Parola di Dio, sia su quello etico-culturale della promozione umana che è parte integrante della evangelizzazione.

La Chiesa perciò istintivamente diffida di chi si fa paladino di battaglie politiche in difesa di interessi religiosi; anzi è pronta piuttosto a rinunciare anche a diritti legittimamente acquisiti pur di evitare perfino l'apparenza del compromesso: la Chiesa «non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall'autorità civile. Anzi essa rinuncerà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 76). Perciò va giudicata del tutto inopportuna l'iniziativa politica messa in atto dalla Lega Nord a favore dell'affissione del crocifisso in sedi pubbliche. Questa iniziativa appare tanto più strumentale in quanto è gestita da un movimento politico che spesso attacca la Chiesa e la Gerarchia. Come può atteggiarsi a paladino del crocifisso chi disprezza e chiude egoisticamente il cuore e le frontiere ai poveri, agli immigrati e ai «diversi» con i quali invece il Cristo crocifisso ha voluto identificarsi?

La croce è per eccellenza il simbolo della universalità dell'amore di Dio e dell'accoglienza aperta a tutti i popoli e a tutte le razze, specialmente ai più diseredati. Non può divenire il simbolo di una sola cultura o di una specifica identità. Il Concilio Vaticano II ha insistito molto sulla necessità di superare la identificazione del messaggio cristiano con la sola cultura occidentale, senza peraltro sottovalutare quest'ultima. L'unica fede può ispirare le più diverse culture e civiltà. Pertanto, fare del crocifisso il simbolo esclusivo della civiltà occidentale, e - peggio ancora - usarlo a fini di discriminazione culturale, etnica e razziale, equivale a distruggere il significato stesso della croce e a rinnegare l'universalità del messaggio cristiano.

3. Il crocifisso simbolo di civiltà

Dunque il crocifisso è un simbolo essenzialmente religioso e di valore universale; come tale va rispettato e non può essere strumentalizzato a fini politici o di parte. Ciononostante anche la croce, come è avvenuto con tanti valori cristiani, è stata in larga misura assimilata culturalmente, così da trasformarsi per molti pure in un simbolo «civile», in emblema di civiltà. Tanto che, in non pochi casi, il processo di secolarizzazione ha finito col far passare in second'ordine la connotazione religiosa del crocifisso, evidenziandone soprattutto il valore civile e di segno di identità culturale, accanto ad altri segni di tale identità. Nessuno, del resto, può negare che il cristianesimo sia uno dei fattori fondamentali all'origine della civiltà occidentale in generale e della cultura europea in particolare.

In realtà i due aspetti del crocifisso - quello religioso e quello culturale -non si escludono a vicenda, ma sono tra loro complementari. Ciò spiega anche perché Giovanni Paolo II abbia lamentato pubblicamente che, accanto alle associazioni, ai centri e alle realtà sociali invitati dalla Convention a riflettere sulla stesura della Costituzione europea, non siano state citate esplicitamente le comunità dei credenti. Il Papa non chiede ovviamente un riconoscimento di natura confessionale, ma che si tenga conto dell'influsso che le Chiese cristiane hanno esercitato storicamente, e tuttora esercitano, sulla nascita e sulla crescita morale e civile dell'Europa. Ecco perché, parlando il 10 gennaio 2002 al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, dopo essersi congratulato per l'introduzione della moneta unica e riferendosi alla elaborazione della Costituzione dell'Unione Europea, il Papa ha ribadito con forza: «La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo dei quali l'Europa è legittimamente fiera, mi sembra essere al tempo stesso un'ingiustizia e un errore di prospettiva. Riconoscere un fatto storico innegabile non significa affatto disconoscere l'esigenza moderna di una giusta laicità degli Stati e, dunque, dell'Europa» (L'Osservatore Romano, 11 gennaio 2002).

In questa medesima ottica occorre dunque affrontare e risolvere pure la questione della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici. La croce non offende la laicità dello Stato perché, pur essendo in sé un simbolo religioso, tuttavia può assumere ugualmente il valore di segno di identità civile e culturale.

4. Che fare?

Alla luce delle riflessioni che precedono, che cosa fare dunque per risolvere adeguatamente la questione?

Innanzi tutto, va esclusa la ipotesi di imporre o di vietare per legge l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, come invece è possibile e doveroso fare con la bandiera nazionale o con l'immagine del presidente della Repubblica. Infatti, se si prende la croce come simbolo religioso, è chiaro che essa non può essere soggetta a giudizio politico; se invece la si prende come uno dei simboli della nostra identità culturale, che senso avrebbe metterla in discussione o votarle contro? Dunque il crocifisso rimanga lì dove è già esposto. Rimuoverlo rischierebbe di apparire inevitabilmente o un atto d'intolleranza religiosa o un gesto d'inciviltà.

In realtà la croce non è segno di discriminazione, ma di unità e di uguaglianza. Forse che discrimina i non credenti il fatto che la storia umana sia stata divisa convenzionalmente in «avanti Cristo» e «dopo Cristo»? Forse che è in contraddizione con la laicità dello Stato il fatto che anche i documenti politici e amministrativi siano datati secondo il calcolo degli anni numerati a partire dalla nascita di Cristo?

In secondo luogo, va denunciato con energia ogni tentativo di strumentalizzazione politica di un simbolo che, pur appartenendo in prima istanza ai credenti nel suo significato religioso, può essere fatto proprio e valorizzato, nel suo significato culturale, anche dai non credenti e dai diversi gruppi umani e civiltà. Quindi, non solo è disdicevole strumenzalizzare la croce a fini diversi, ma sarebbe non meno deplorevole che i responsabili della Chiesa, facendo finta di non vedere o di non capire, rimanessero in silenzio di fronte alle manovre scoperte di chi vuole servirsi della religione per scopi che nulla hanno di religioso. Se invece, in situazioni particolari, l'esposizione del crocifisso dovesse trasformarsi effettivamente in occasione di conflitto o di disagio, allora si dovrà trovare il modo di sondare e di verificare - caso per caso - quale sia il parere prevalente e superare conflitti e disagi adeguandosi al sentire della maggioranza.

Infine, vi è una lezione che riguarda direttamente la Chiesa e i cristiani. Le cose che si sono dette e scritte a proposito del dibattito sul crocifisso confermano - se ce ne fosse ancora bisogno - la necessità di una nuova evangelizzazione della società secolarizzata. Non mancano segni di speranza e di ripresa. Nonostante tutto, lo stesso dibattito sull'affissione del crocifisso nei luoghi pubblici non dimostra forse che la croce ancora ci interpella? Se il crocifisso dà fastidio a qualcuno, non significa forse che esso è un simbolo vivo? Se fosse solo un simbolo morto, non darebbe noia a nessuno vederlo appeso alla parete. Invece fa problema, perché Cristo vive e rimane «segno di contraddizione» (Lc 2,34).

E di fatto la questione del crocifisso ha finito col dividere tra loro anche i non credenti. Da questo punto di vista è particolarmente significativa la testimonianza di Natalia Ginzburg. Essa è stata riportata da diversi giornali, anche perché dà voce all'inquietudine realmente diffusa pure tra molti laici e non credenti, che si trovano d'accordo con il messaggio lanciato dalla scrittrice: «Non togliete quel crocifisso, è il segno del dolore umano».

«Alcune parole di Cristo - ella scrive tra l'altro - le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo» (Il Giornale, 15 ottobre 2002).

A questa conclusione della cultura laica noi cristiani non abbiamo altro da aggiungere - e non è poco - se non la testimonianza della vita, di chi cioè prima di vederlo affisso alla parete si preoccupa che Cristo crocifisso sia vivo nel proprio cuore e in quello di tutti gli uomini.