| Lessico oggi - luglio-agosto 2002
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| Digital divide |
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Stefano Femminis |
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«L'uomo con più successo nella vita è colui che possiede la migliore informazione»: ciò che già nell'800 aveva intuito il primo ministro britannico Disraeli, è oggi una verità incontrovertibile, tanto che l'espressione «società dell'informazione» è una tra le più usate per descrivere i caratteri della realtà contemporanea. Anche la sigla ict (Information and Communications Technology) è ormai ricorrente: con essa ci si riferisce alle molteplici invenzioni - quasi tutte basate sull'utilizzo della tecnologia digitale - e successivi perfezionamenti che hanno rivoluzionato il nostro modo di raccogliere informazioni e di comunicare: dal personal computer (pc) al telefono cellulare, dalla tv satellitare alle videoconferenze, per arrivare a quella che è probabilmente l'innovazione emblematica della nostra era, cioè la rete Internet.
Significato del termine ed espressioni correlate La diffusione di Internet è avvenuta a una velocità incredibilmente superiore a quella di ogni altra invenzione umana: negli Stati Uniti, mentre ci sono voluti 46 anni prima che il 30% delle case fosse collegato alla rete elettrica, 38 anni prima che la stessa percentuale di famiglie possedesse un telefono e 17 anni per la televisione, a Internet sono bastati 7 anni per raggiungere il 30% dei nuclei familiari. A livello mondiale gli utenti di Internet sono passati dai 90mila del 1993 agli oltre 300 milioni del 2000, per arrivare a una stima per il 2002 che si aggira intorno ai 400 milioni. Sempre nel 1993 erano presenti sul web solo 50 pagine, sette anni dopo erano più di 50 milioni. A fronte di questo enorme successo, che ha dato vita tra l'altro alla nascita di una nuova e strategica branca dell'economia denominata net-economy (o e-economy), negli ultimi anni si è fatta evidente e non più sottovalutabile l'esclusione di una parte preponderante dell'umanità da questo processo di sviluppo tecnologico. Dopo avere confidato nelle potenzialità di inclusione, apertura e democraticità proprie della rete Internet, dopo aver creduto che la rivoluzione digitale avrebbe reso più uguali le nazioni e i popoli, si è dovuto prendere atto non solo che tali speranze sono state disattese ma che, anzi, la disparità tra digital haves e digital have-nots, cioè tra Paesi (o soggetti) «ricchi» e Paesi (o soggetti) «poveri» di tecnologia, contribuisce ad allargare il fossato in termini di sviluppo complessivo. Per indicare questo fenomeno è stato coniato il termine digital divide (tradotto solitamente con «divario digitale»), sulla cui nascita e paternità non vi è chiarezza, ma che ha conosciuto un notevole successo dalla seconda metà degli anni Novanta, grazie soprattutto al suo frequente utilizzo nei discorsi dell'allora presidente statunitense Bill Clinton e del suo vice Al Gore. Altre espressioni meno diffuse che fanno riferimento sostanzialmente alla stessa problematica sono: info-povertà, apartheid digitale, tecno-apartheid, digital split (lett. «spaccatura digitale»). Di digital divide si parla anche in un altro senso: con riferimento cioè a chi, pur disponendo delle infrastrutture basilari per l'accesso a Internet (pc, linea telefonica, modem), presenta carenze nella padronanza del mezzo e nello sfruttamento delle sue potenzialità. In questo senso si possono individuare cinque tipi di ineguaglianza. Il primo, e decisivo, è quello tra chi è connesso (una minoranza, come vedremo fra poco) e chi no. Le altre tipologie riguardano i connessi: si può distinguere anzitutto chi sfrutta le potenzialità di Internet per trarne un guadagno personale e chi non ha questa capacità o possibilità; vi sono poi coloro che possono permettersi i servizi a pagamento offerti in rete e coloro che si limitano a usarne le risorse gratuite; ancora, vi è chi è inserito nell'e-commerce e chi invece non effettua alcun acquisto o transazione on line; infine, il quinto e ultimo tipo di divario riguarda la velocità di connessione e distingue i pochissimi che possono utilizzare la banda larga dal resto dei connessi, imbottigliati negli ingorghi della rete.
Le dimensioni del fenomeno Ma qual è la reale entità del digital divide? Tra i molti dati disponibili ne citiamo alcuni particolarmente eloquenti. Con il 19% della popolazione mondiale, i Paesi dell'ocse (Stati Uniti, Canada, Messico, parte dell'Europa, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) contano il 91% degli utenti e il 97% dei siti Internet. Più della metà degli utenti si trovano negli usa, che detengono solo il 5% della popolazione del pianeta. In Africa (13% della popolazione mondiale) si trova invece solo l'1% dei «navigatori» della rete. Dei 94 milioni di Internet host (i «nodi» della rete) presenti nel mondo, il 95% è localizzato nei Paesi del Primo mondo, solo lo 0,25% in Africa, dove si trovano meno Internet host che a New York. Queste disparità ne riflettono altre, a monte, più radicate. Anzitutto a livello di infrastrutture: gli Stati Uniti possiedono più computer che tutto il resto del mondo e hanno il più alto tasso di computer pro capite (350 pc ogni 1.000 abitanti). All'estremo opposto della classifica sta il Ghana, con un pc ogni 1.000 persone. Nell'Africa sub-sahariana (escluso il Sudafrica) vi sono meno linee telefoniche che nella sola Manhattan e in tutto il continente africano vi sono le stesse linee che a Tokyo. Nel 1998, un quarto delle nazioni non aveva ancora raggiunto la quota di un telefono ogni 100 abitanti; al contrario, nel Principato di Monaco ce n'erano 99 ogni 100 persone. Si potrebbe proseguire citando i dati sulla disponibilità di corrente elettrica, sull'alfabetizzazione informatica, sui costi di connessione, fino ad arrivare alle emergenze vitali con cui gran parte dell'umanità si trova a confrontarsi: alimentazione, acqua, salute, ecc. Come si è accennato sopra, tuttavia, non si deve pensare che il digital divide risparmi i Paesi più sviluppati. A titolo di esempio possiamo analizzare brevemente il caso degli Stati Uniti. Negli usa, che pure sono stati la culla di Internet e rimangono il Paese senza dubbio egemone dal punto di vista informatico, vive una quota rilevante di persone tecno-escluse. Il 50% circa delle famiglie americane non ha un pc e il 59% non ha accesso a Internet. Vi sono enormi differenze nell'accesso alle nuove tecnologie tra le aree rurali e quelle urbane, così come tra i diversi gruppi etnici, con gli afro-americani e gli ispanici nettamente svantaggiati rispetto ai bianchi e agli americani di origine asiatica; anche anziani, donne e disabili presentano livelli di accesso alla rete inferiori alle medie nazionali. Molti passi avanti, tuttavia, sono stati compiuti negli otto anni di presidenza Clinton, il quale ha identificato la «nuova frontiera» americana nella costruzione delle famose «autostrade dell'informazione», per assicurare a tutti i cittadini la partecipazione ai benefici dell'era digitale. Questo appello, non privo di una sua ambiguità (ad esempio rispetto ai forti legami con gli interessi delle multinazionali del settore), ha prodotto comunque risultati considerevoli, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di Internet nelle scuole pubbliche (oggi connesse al 95%) e nelle biblioteche. L'attuale Presidente George W. Bush ha invece subito operato cospicui tagli ai fondi governativi in favore dei tecno-esclusi.
Un fossato sempre più ampio? Da quanto detto finora si comprende come il problema del digital divide non sia legato semplicemente al possesso o alla mancanza di una particolare apparecchiatura, ma presenti radici più profonde. In questo senso, cioè, esso funziona come un indicatore della povertà o della disuguaglianza complessiva propria di un sistema, non solo di quella tecnologica. Le differenze di genere, reddito, istruzione, zona di residenza, ad esempio, si specchiano chiaramente nei dati sul possesso e sull'uso di Internet: in tutte le nazioni l'accesso alla rete è infatti più diffuso tra gli uomini che tra le donne, tra individui con reddito e istruzione medio-alti piuttosto che tra le fasce sociali deboli, nelle aree metropolitane piuttosto che in quelle rurali. La vera «frattura», poi, secondo alcuni studiosi, risiede nel salto generazionale, cioè nella diversa padronanza delle nuove tecnologie che si registra tra giovani e anziani, a vantaggio dei primi. Si va delineando dunque una élite tecnologica transnazionale connotata da precise caratteristiche socio-economiche, anagrafiche, culturali ed etniche. Una direzione esattamente contraria a quella che sembrerebbe connaturata alla rete. Infatti, come sottolinea Gianfranco Sias, «il web appare sempre più come un luogo di incontro, di esperienze, di arricchimento informativo e, soprattutto, come un "luogo" sociale: esso è un luogo di incontro come un luogo di ricerca, un luogo di solidarietà come di aiuto, ecc. In una società dove l'informazione è (e lo sarà sempre di più) tutto, le tecnologie informatiche rappresentano il luogo dove si può raccogliere al meglio la materia prima. [...] Piaccia o non piaccia, il villaggio globale di McLuhan ha aperto i cantieri e chi non entra, magari perché è impossibilitato a entrare, in questo nuovo ordine di idee rischia di perdere un'occasione restando ai margini della nuova costruzione sociale. [...] Le nuove tecnologie informatiche rischiano dunque di aggravare la situazione di disuguaglianza fra le diverse nazioni con diversi livelli di sviluppo e all'interno di queste fra le varie classi sociali».
Rischi e obiettivi possibili Il fenomeno del digital divide è stato denunciato con preoccupazione anche in un recente documento vaticano (cfr riquadro finale), nel quale si invitano le istituzioni pubbliche a «individuare modi per rendere Internet accessibile ai gruppi meno avvantaggiati». Quella di un intervento pubblico in questo settore, a livello di Stati nazionali o ad opera di organismi sovranazionali, sembra essere l'unica concreta modalità per invertire la direzione di un processo che appare altrimenti irreversibile. Non mancano peraltro rischi e ambiguità. Un primo intuibile timore è che i governi di Paesi autoritari, nel gestire la diffusione di Internet, intervengano per porre un limite alla democraticità della rete. Ma c'è di più. Nella relazione che la Digital Opportunity Task Force (organismo composto, tra gli altri, da rappresentanti del G8 e di Paesi in via di sviluppo) ha presentato al vertice del G8 di Genova nel 2001, si raccomanda che i progetti di aiuto allo sviluppo tecnologico e informatico non siano imposti dall'alto dall'Occidente ma coinvolgano le comunità locali interessate. In altre parole, vi è il rischio che il problema venga affrontato come se la sfida digitale sia semplicemente un'opportunità per le multinazionali del settore informatico per espandere i propri mercati. A questo proposito sono illuminanti le parole di Jason Nardi, direttore di Unimondo (portale web dedicato allo sviluppo umano sostenibile), che introduce una importante differenza: «Digital inclusion significa integrare le popolazioni di qualsiasi Paese con le nuove tecnologie, in modo che queste diano effettivi benefici alla maggioranza delle persone. Digital invasion è in un certo senso il contrario, ovvero forzare in un Paese una tecnologia non appropriata ai bisogni della popolazione». Fondamentali appaiono allora le linee guida che l'undp (United Nations Development Programme) ha dettato nel suo Rapporto del 1999: «Sono sette gli obiettivi lungo il cammino verso una società dell'informazione: connettività (installare reti di telecomunicazioni e di computer), società (fare leva sull'accesso di gruppo, non sulla proprietà individuale), capacità (formare competenze umane per la società della conoscenza), contenuto (inserire sul web opinioni locali, notizie, culture e commercio), creatività (adattare la tecnologia alle esigenze e alle necessità locali), collaborazione (concepire una sorta di governo di Internet per i vari bisogni mondiali), pagamento (trovare modi innovativi per finanziare la società della conoscenza)».
Per saperne di più
Sias G., Società dell'informazione e conoscenza - Un futuro ineguale?, Angeli, Milano 2002. Mattelart A., Storia della società dell'informazione, Einaudi, Torino 2002. I signori della rete, Quaderno speciale di Limes, 1/2001. UNDP, Rapporto 1999 sullo sviluppo umano - La globalizzazione, Rosenberg & Sellier, Torino 1999. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, La Chiesa e Internet, 2002; Etica in Internet, 2002. <www.digitaldividenetwork.org>
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