Lessico oggi - marzo 2002

Fondamentalismi
Alberto Castaldini
 

La maggiore minaccia per l'Occidente agli inizi del iii millennio pare essere costituita dai fondamentalismi, con le loro implicazioni religiose, sociali e politiche. Venuto meno il conflitto ideologico che ha opposto per buona parte del Novecento le democrazie ai totalitarismi, l'emersione dei movimenti politico-religiosi integralisti, cui è spesso e affrettatamente associata l'azione del terrorismo internazionale, rappresenta una sfida per certi versi ancor più complessa e di difficile risoluzione di quella affrontata con l'ideologia totalitaria. Infatti se tra il blocco occidentale e quello marxista-leninista era comunque possibile una forma di dialogo sulla base di comuni fondamenti filosofici, nel caso dei fondamentalismi il confronto è di assai difficile attuazione per una serie di ragioni culturali, come ad esempio la frequente e radicale difformità delle categorie di pensiero degli interlocutori.

A complicare il quadro è la stessa natura composita del fenomeno fondamentalista, che se da un lato consente l'individuazione di tratti comuni tra le sue manifestazioni, dall'altro ci obbliga a distinguerne le espressioni, in riferimento alla specificità religiosa e al contesto sociale e culturale in cui esso insorge.

Le origini del termine

Il termine «fondamentalismo» - comunemente associato dai mass media al mondo islamico - nasce invece in ambiente protestante, agli inizi del secolo scorso. Esso venne infatti adottato dalla Chiesa battista statunitense, alcuni esponenti della quale, temendo il pericolo di progressiva secolarizzazione cui andavano incontro le Chiese riformate, suggerivano di ritornare ai «fondamenti della fede», da cui sarebbe finalmente scaturita un'autentica testimonianza di libertà. L'interpretazione del testo sacro rivestiva in quest'ottica un'importanza centrale e la concezione fondamentalista si opponeva a quei teologi liberali (una diatriba comune anche alla Chiesa cattolica) che intendevano interpretare le Scritture con nuovi criteri ermeneutici, liberandole da incrostazioni mitologiche e condizionamenti storici. Quello però che con il passare del tempo si manifestò in ambito protestante, in maniera più netta rispetto al resto delle Chiese cristiane, fu il clima di allarme sociale che si accompagnò alle espressioni confessionali. Un tratto questo che rinfocolò il fondamentalismo americano agli inizi degli anni Settanta. La sconfitta in Viet Nam e l'umiliazione nazionale, la corruzione politica e la messa in discussione dei valori tradizionali operata dalla contestazione studentesca, scatenarono negli Stati Uniti un'accesa reazione fondamentalista. I leader politici però seppero abilmente farsi portatori di queste istanze, al di là dello schieramento politico: prima il presidente democratico Jimmy Carter, poi quello repubblicano Ronald Reagan, si proposero di restaurare l'orgoglio nazionale, recuperando buona parte del bagaglio patriottico che i «figli dei fiori» anni prima avevano messo in discussione. La venuta meno del rivale sovietico, e la «pax americana» sancita con la fine della Guerra del Golfo e rafforzata nel corso degli anni Novanta, non fecero che alimentare quello stesso spirito nazionalistico che gli attentati dell'11 settembre 2001 ad opera delle espressioni più violente di un altro fondamentalismo, quello di matrice islamica, hanno esaltato al massimo.

Aspetti costitutivi

Il sociologo Enzo Pace ha osservato che due sono gli aspetti caratterizzanti i fondamentalismi contemporanei: l'universalità del fenomeno, per cui all'interno delle principali religioni mondiali negli ultimi vent'anni si è assistito al sorgere di movimenti radicali; e la loro modernità religiosa che si confronta drammaticamente con quelle forme di credo affermatesi dall'epoca dei Lumi in avanti: l'ateismo, l'agnosticismo, il deismo, il sincretismo e la nuova religiosità.

Di fronte al soggettivismo etico, al senso di smarrimento cui l'uomo sovente fa fronte ricorrendo a una religiosità individualistica, i fondamentalismi di qualsiasi matrice confessionale propongono un'identità religiosa forte, ben definita, radicalmente opposta a ogni compromesso con la modernità. Tale identità viene a fondarsi su una Verità assoluta che non può essere ritenuta in alcun modo negoziabile o adattabile al compromesso cui inevitabilmente si andrebbe incontro vivendo in un mondo profondamente secolarizzato.

Naturalmente l'esito di questa scelta religiosa è molteplice: dalla nascita di comunità che decidono di vivere una vita ascetica, lontane dal mondo, o al contrario impegnate a rifondare la vita sociale, alla formazione di veri e propri gruppi di pressione politica determinati a creare un nuovo ordine sociale. Il quadro è estremamente variegato, e all'interno di esso - osserva Pace - potrebbero rientrare persino certi movimenti etno-nazionalisti contemporanei, qualora essi facciano propri linguaggi e codici comunicativi operanti un esplicito riferimento a una determinata simbologia religiosa.

Il millenarismo è un altro degli aspetti caratterizzanti i fondamentalismi. Esso si è costantemente alimentato della paura del diverso, dello straniero, dell'eterodosso (sul piano politico e confessionale), soprattutto in quelle fasi epocali dove gli orizzonti sociali e cognitivi tolleravano con malcelata insofferenza ogni direzione stabilita da un'autorità suprema ritenuta esautorata, in nome di un relativismo etico e della conseguente messa in discussione dei valori fondanti.

Questa mancanza di adattamento al contesto socio-politico circostante impedisce di individuare fondamentalismi, o meglio movimenti che presentino un codice etico fondamentalista, in grado di applicare le loro idee alla società civile senza produrre una diffusa conflittualità, quanto meno sfociante nell'intolleranza religiosa. Essi infatti rigettano qualsiasi forma di dialettica sociale e spesso operano in modo da ridurre la dimensione politica alla più rigida sfera confessionale.

Connotazione negativa

Di fronte a questi tratti costitutivi, noti non solo agli studiosi ma anche all'opinione pubblica, il fondamentalismo ha ormai assunto una connotazione essenzialmente negativa, e su di esso l'Occidente punta costantemente il dito, stigmatizzandolo come antisociale o «religiosamente scorretto», con il rischio però di generalizzarne la presenza e gli esiti, di identificarlo con ogni forma di radicalismo, o - peggio ancora - di ingenerare forme di intolleranza nei confronti di qualsiasi diversità religiosa.

Il fondamentalismo islamico è l'esempio più eclatante della pericolosa commistione tra la sfera religiosa e la dimensione politica, ma non va dimenticato che esistono alcune espressioni del cattolicesimo che, seppur non del tutto assimilabili al fondamentalismo propriamente inteso, allo stesso tempo si oppongono con pari, integralistica, determinazione alla società moderna, auspicando la restaurazione di una societas christiana di supposto stampo medievale, chiamata a difendere i valori religiosi minacciati dal secolarismo. Parimenti, nel mondo ebraico, si assiste all'azione di gruppi religiosi ultraortodossi che rifiutano ogni forma di mediazione politica di stampo democratico, sviluppando da un lato una «teologia nazionalista» dove il sionismo si presenta come espressione della volontà divina, e dall'altro una messa in discussione della legittimità dello Stato ebraico in quanto ritenuto parodia sacrilega di una redenzione che può venire solo dall'Onnipotente.

Questo atteggiamento di netta chiusura in realtà non contribuisce affatto alla salvaguardia di una tradizione culturale o religiosa. È proprio nella capacità di tutelare la diversità, di promuovere la varietà culturale e di confrontarsi con altre tradizioni, che un patrimonio tradizionale di valori e conoscenze si conserva, esprime la propria universalità e rigetta ogni omologante uniformità. Non è un caso che il fondamentalismo islamico proclami l'applicazione letterale del Corano rifiutando ogni autorevolezza della tradizione. A questo impoverimento spirituale segue ben presto l'instaurarsi di un cieco autoritarismo, così come si è storicamente verificato con la cosiddetta «rinascita islamica» a partire dagli anni Settanta. Può persino capitare che i fondamentalismi, ritenendo la tradizione vigente una deviazione dai valori autentici, ne inventino una nuova, all'insegna di un facile sincretismo, assimilando più o meno consapevolmente valori e nozioni esterni alla tradizione religiosa d'origine.

Figli della modernità

I fondamentalismi rappresentano quasi sempre la ricetta integralista di problemi di difficile risoluzione. Jean-François Mayer ricorda acutamente come alla base del fenomeno vi siano culture e tradizioni religiose sostanzialmente indebolite, società in crisi capaci solo di individuare l'origine dei propri guai in un nemico esterno, nella «diversità». La crisi morale dell'american way of life, il logorio dei regimi islamici, il progressivo svuotamento dell'ideale sionista, spingono i fondamentalisti ad assumersi il compito di una riforma radicale che si pretende risolutiva, dove gli uomini agiscono nella convinzione di eseguire un progetto divino.

I fondamentalismi non costituiscono perciò una rivolta contro la modernità, bensì ne rappresentano un triste risvolto, allontanando con la loro azione l'affermazione di un ethos universale di pacificazione, appellandosi piuttosto a un manicheismo morale (cui non è per nulla estraneo il pensiero dell'Occidente) che si ostina a dividere il mondo in eletti e peccatori.

Infatti l'universalità dei valori e l'unità dei popoli si potranno raggiungere non omologando e cancellando in nome di una supposta superiorità una tradizione religiosa e culturale in favore di un'altra, ma - come ha suggerito in termini pregnanti Carlo Tullio-Altan - riconvertendo i valori ancestrali di ogni uomo in chiave autenticamente ecumenica, dopo averli inscritti in un disegno di libertà corresponsabile che non escluda nessuno.