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Editoriale - marzo 2002 | |
| Il dilemma dei Popolari | |
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Bartolomeo Sorge S.I. | |
| Rinnovarsi o scomparire. Questo è il dilemma, di fronte al quale si trovano i Popolari alla vigilia del loro Congresso (8-10 marzo 2002). Tre sono gli interrogativi principali ai quali il ppi dovrà rispondere: sciogliersi nella Margherita? Con quale programma presentarsi al Paese? Superare l'Ulivo?
1. Sciogliersi nella Margherita? La prima questione da affrontare è se sciogliersi per dare vita a un soggetto politico «nuovo» (la Margherita), in continuità ideale con la tradizione del popolarismo, ma in netta discontinuità con le esperienze della dc e dello stesso ppi. Ai vecchi partiti rimane certamente il merito di aver ristabilito e fatto crescere la vita democratica, dopo che i nazionalismi e i totalitarismi della prima metà del Novecento, sfociando nella II guerra mondiale, avevano devastato l'Europa. Tuttavia era ineluttabile che il declino delle ideologie, la nascita dell'Unione Europea e i processi di globalizzazione rendessero superata la vecchia forma-partito. La sua crisi ha creato una pericolosa frattura tra vita politica e vita sociale, tra istituzioni e cittadini, che è urgente sanare. Nessuno nega che i partiti siano essenziali alla democrazia rappresentativa. Anzi, proprio per questo, occorre dare vita a una nuova forma-partito, che - chiusa la stagione ideologica - risponda meglio alle nuove esigenze di partecipazione, indotte dai processi di globalizzazione. è questo il primo nodo del Congresso dei Popolari: contribuire a dare vita a un soggetto politico nuovo, fedele al proprio patrimonio ideale, ma capace di riallacciare i rapporti con la società che è cambiata e di aprirsi a orizzonti europei. Il ppi non deve temere di sciogliersi nella Margherita, perché in realtà questo passaggio non è una morte, ma realizza pienamente l'intuizione originaria del popolarismo. Infatti Sturzo, fin dall'inizio, concepì il popolarismo non come un partito ideologico, ma come un'«area politica democratica», in cui potessero confluire le diverse tradizioni riformiste del Paese: la tradizione cattolico-democratica (che pone l'accento sulla centralità della persona e dei corpi sociali intermedi), la tradizione liberal-democratica (che sottolinea l'autonomia e la responsabilità del soggetto), la tradizione social-democratica (che insiste sulla necessità che i diritti civili e sociali siano effettivamente uguali per tutti), la tradizione ambientalista (che richiama l'attenzione sulla qualità della vita e su uno sviluppo sostenibile). Oggi possiamo dire che questa intuizione sturziana risponde perfettamente anche alle nuove esigenze della globalizzazione, in quanto la nuova forma-partito, intesa come «area», si struttura a partire dal territorio e dalla società civile, su base federale, coinvolge e responsabilizza - secondo il principio di sussidiarietà - i mondi vitali, le associazioni, i gruppi di volontariato, le categorie di rappresentanza del mondo del lavoro e dei ceti produttivi, i singoli cittadini. è quanto già si sta realizzando, a livello regionale e nazionale, con l'«Area popolare democratica». Rimane da risolvere il problema organizzativo. Si tratta di riuscire a coordinare i «militanti tesserati» con gli altri (gruppi o singoli) che invece non vogliono sciogliersi nella Margherita, pur riconoscendosi nella sua «area», senza prenderne la tessera, preferendo mantenere la propria identità. Si potrebbe usare il medesimo metodo impiegato nel dare vita all'Ulivo di Prodi, movendo cioè da «circoli» o «comitati» locali, i quali meglio garantiscono il collegamento con il territorio, con i corpi intermedi e con la società civile. Questo collegamento produce «valore aggiunto» ed è molto più importante del numero delle tessere.
2. Con quale programma? In secondo luogo, il Congresso del ppi dovrà contribuire a definire in modo convincente la originalità del programma della nuova Margherita. Non si tratta tanto di fare un discorso teorico sui sommi principi e sui grandi valori, sebbene anche ciò sia importante. Occorre piuttosto far capire a tutti come la cultura politica riformista può risolvere i problemi del Paese con la sua attenzione particolare verso le fasce deboli della società, a differenza della cultura politica neoliberista la quale invece mira a favorire i ceti medio-alti. In concreto, occorre prendere posizione ed elaborare proposte sui punti nevralgici del dibattito politico, che in questa fase della transizione sono: a) il futuro dello Stato sociale, b) la riforma federale del nostro sistema democratico, c) la costruzione politica dell'Europa. a) Per quanto riguarda il futuro dello Stato sociale, occorre ribadire che esso va riformato e non smantellato. Lo Stato sociale, infatti, rimane ancora la forma più alta di democrazia che siamo riusciti a elaborare. Il fatto che esso, dopo l'avvio promettente del periodo postbellico, sia degenerato nell'assistenzialismo e si sia bloccato, non impone di abolirlo. Richiede piuttosto che se ne rivedano le regole, necessarie per equilibrare il gioco delle libere forze di mercato, al fine sia di garantire agli individui e alle famiglie un reddito vitale minimo e i servizi sociali essenziali, sia di assicurare le previdenze necessarie alle fasce più deboli della società (disoccupati, invalidi civili, anziani, handicappati...). L'impegno di evitare l'assistenzialismo non elimina il dovere che lo Stato ha di garantire i diritti delle persone più bisognose, aiutandole a essere protagoniste della propria elevazione umana e sociale. Ebbene, il popolarismo deriva questa concezione dello Stato sociale dalla sua ispirazione ideale e dalla dottrina sociale della Chiesa, secondo cui la vecchia forma organizzativa del Welfare State deve lasciare il passo a una nuova struttura di Welfare Society, dove mercato e Stato siano integrati dal «terzo settore», ossia dalla partecipazione responsabile dei soggetti della società civile. «Lo Stato sociale - ribadisce un documento della cei - è da realizzarsi nella sua interezza, tenendo conto della società nella quale siamo inseriti: una società che si avvia a essere sempre più multiculturale, multirazziale e multireligiosa; una società in cui le competizioni e i conflitti, esasperandosi, danneggiano i deboli [...], mentre l'esplosione dei bisogni e l'impreparazione a farvi fronte rischiano di lasciare tutti per strada, con danno soprattutto dei più poveri» (commissione «giustizia e pace», Stato sociale ed educazione alla socialità [11 maggio 1995], n. 74). Oggi tutti invocano il «principio di sussidiarietà». Ma, mentre la cultura neoliberista se ne appropria per giustificare il ritorno al privato e all'individualismo tipico del liberalismo classico, invece la cultura solidale e popolare, così come la cultura liberal-democratica e la cultura riformista, vedono in questo principio il criterio fondamentale per far partecipare responsabilmente persone e istituzioni diverse al perseguimento del bene comune. A questo punto, non sarà difficile far comprendere ai cittadini la differenza di fondo che vi è tra programma di centro-sinistra e programma di centro-destra, il quale invece punta alla demolizione dello Stato sociale. Lo fa, senza dirlo esplicitamente, ma favorendo di fatto i ceti medio-alti, nella convinzione - tipicamente liberale - che più i ricchi saranno ricchi, meglio staranno anche i poveri. Pertanto, non è un caso che la prima scelta politica del centro-destra sia stata di eliminare l'imposta di successione e sulle donazioni, privilegiando i grandi patrimoni. Anche la prevista riforma fiscale, riducendo la tassa sui redditi a due sole aliquote (il 23% fino a 200 milioni di reddito e il 33% oltre i 200 milioni), premia in pratica i redditi medio-alti (oltre i 70-80 milioni l'anno). La possibilità - pur limitata ad alcuni mesi - di far rientrare i capitali esportati illecitamente all'estero, versando la percentuale irrisoria del 2,5%, non è che una forma di «condono» di cui possono usufruire soltanto coloro che dispongono di ingenti patrimoni. Nella medesima direzione va la legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio, con cui si stende un velo sulle malefatte imprenditoriali. Lo stesso si deve dire del progressivo abbandono di alcune caratteristiche forme di garanzia dei diritti del mondo del lavoro: quali l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori (che prevede il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa) del quale si progettano ampie deroghe, e il metodo della «concertazione», con lo scopo evidente di rendere il rapporto di lavoro sempre più individuale e privato. Per non parlare delle nuove norme sull'immigrazione, che considerano gli extracomunitari non tanto come persone, soggetti di diritti e doveri fondamentali, quanto come «lavoratori ospiti a tempo determinato», fino a quando sono utili. Perché stupirsi di fronte a queste scelte, se la cultura neoliberista ritiene fisiologiche le disuguaglianze sociali? Se misura tutto con la logica del mercato e identifica lo sviluppo con la crescita economica, la libertà con l'individualismo? b) Il secondo confronto tra progetto riformista e progetto neoliberista riguarda le riforme istituzionali, prima fra tutte la riforma della Costituzione in senso federale. Il programma della Margherita persegue un «federalismo solidale», fondato sulla centralità della persona, sul principio di sussidiarietà e sul principio del pluralismo (che sono i cardini della visione sociale cristiana, come sottolinea il documento della Commissione Diocesana Milanese «Giustizia e Pace», Autonomie regionali e federalismo solidale, 1996, n. 49). Coerente con questa concezione è la riforma attuata dal centro-sinistra nella passata legislatura, confermata dal referendum popolare del 7 ottobre 2001, ed entrata in vigore con la promulgazione della Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Opposta invece è la concezione neoliberista, secondo cui il federalismo è uno strumento di «competizione», più che di cooperazione, destinato più a contrapporre che a unire le periferie fra di loro e con il centro. è chiaro che, in un'Italia a due velocità, un simile federalismo competitivo, che chiede per le Regioni la competenza legislativa «esclusiva» in materia di sanità, di scuola e di polizia locale, non fa che porre le premesse di una ulteriore frammentazione del Paese, tra Regioni ricche e povere, avviando una sorta di secessione strisciante. Ancora una volta, dunque, il modo migliore di spiegare ai cittadini la diversità del progetto della Margherita (e del centro-sinistra) nei confronti del progetto del centro-destra è quello di esporre con chiarezza la concezione del federalismo solidale, confrontandola con gli esiti negativi a cui ineluttabilmente condurrebbe la concezione competitiva neoliberale, secondo la quale il ruolo dello Stato va drasticamente ridimensionato. c) Infine, il terzo confronto concreto tra progetto riformista e progetto neoliberista riguarda l'atteggiamento da tenere di fronte alla costruzione politica dell'Unione Europea: europeismo convinto o euroscetticismo? Non occorre insistere sul fatto che solo una chiara scelta europeista, leale e senza sottintesi, è in piena sintonia sia con gli ideali politici cristianamente ispirati dei fondatori, sia con gli orientamenti del magistero sociale della Chiesa. La «tristezza» manifestata da Giovanni Paolo II per la marginalizzazione della religione, in occasione della convention per la Costituzione dell'Unione, conferma il profondo radicamento dello spirito europeistico della Chiesa. Anche su questo punto, dunque, la fedeltà leale della Margherita all'Europa è agli antipodi dell'«euroscetticismo» neo-liberista, che è molto più profondo di quanto si voglia far credere. Basterebbero da sole le clamorose dimissioni del ministro degli Esteri, Renato Ruggiero. Ineluttabilmente esse hanno causato un forte calo di credibilità dell'Italia all'estero, già compromessa a causa del macroscopico conflitto d'interessi e delle vertenze giudiziarie che rendono scarsamente affidabile il nostro Premier. Con quali ragioni potremmo mai spiegare all'opinione pubblica internazionale la resistenza del Governo di centro-destra alla ratifica del trattato italo-svizzero sulle rogatorie internazionali, che rende più difficile la cooperazione tra le magistrature nel perseguire alcuni specifici reati, compresi quelli finanziari? Che cosa possono pensare i partner europei, quando l'Italia - sola contro tutti - ha tanto insistito sul rinvio dell'accordo sul «mandato di cattura» comunitario, chiedendo che dalla lista dei reati venisse cancellato anche quello di corruzione? Tuttavia, l'ostentata indifferenza e noncuranza del Governo di centro-destra per i vincoli comunitari preoccupa soprattutto a motivo della sottostante concezione di democrazia, secondo cui il ricorso diretto al popolo viene prima delle regole e delle istituzioni della democrazia rappresentativa. Una simile cultura porta a tollerare male ogni vincolo di legittimità istituzionale o soprannazionale, con il rischio non ipotetico di populismo e di deriva plebiscitaria. Queste cose vanno dette ai cittadini. Non si può non rilevare che siamo in presenza di un processo involutivo, che porta l'Italia a isolarsi sempre più in Europa, proprio mentre l'Europa dovrebbe essere anche per noi la prima risposta alle sfide del processo di globalizzazione non solo sul piano economico e finanziario, ma anche su quello culturale e sociale dei diritti e delle libertà fondamentali. Certo, nessuno nega che la propria identità nazionale vada tutelata e rafforzata, tanto più quanto maggiori sono i vincoli delle istanze comunitarie; ma è una illusione pensare di tutelare la propria identità isolandosi, anziché aprendosi alle altre identità sociali, culturali e politiche della casa comune europea e del mondo globalizzato.
3. Oltre l'Ulivo? Qui nasce un terzo problema con il quale il Congresso del ppi si dovrà misurare. Infatti, il contesto delle dinamiche di globalizzazione rende superata non soltanto la vecchia forma-partito, ma la struttura stessa dell'Ulivo, costruita sostanzialmente secondo la logica partitocratica su cui si reggevano i rapporti tra i vecchi partiti. Che senso ha oggi ipotizzare una Margherita come forte partito di centro, che dovrebbe competere con i Democratici di Sinistra, forte partito di sinistra, per ridare vita al vecchio Ulivo, secondo la logica con cui si formavano le vecchie coalizioni, dove ciascuno puntava ad assicurarsi la guida? Questa via appare ormai superata e impraticabile, come dimostrano anche sia le difficoltà interne ai ds e alla Margherita, sia i loro tesi rapporti. Ormai non reggono più le vecchie categorie ideologiche. Al loro posto emergono nuove esigenze etiche, comuni a tutti i gruppi politici del centro-sinistra, che occorre porre alla base delle diverse istanze sociali e istituzionali. Nel nuovo contesto postideologico c'è un solo modo di stare insieme che non può essere più quello delle passate coalizioni dell'Ulivo: oggi occorre federarsi. Berlusconi continua a ripetere che vuol cambiare l'Italia e lo va facendo, passo dopo passo, con un apparente moderatismo di stampo «democristiano», fatto apposta per non destare allarmi. Tuttavia l'allarme nel Paese c'è già. Non a caso la stampa nazionale, da qualche tempo, si interroga se esista o meno in Italia una «emergenza democratica». Infatti, il gioco che Berlusconi ha iniziato è più grande di lui, rischia di sfuggirgli di mano. Non ci vorrà molto tempo ad accorgersi che la politica del centro-destra a vantaggio dei ceti medio-alti favorirà le regioni ricche del Paese, allargando ulteriormente la forbice tra Nord e Sud. Fino a che punto l'Esecutivo potrà aggirare il confronto con il Parlamento ricorrendo allo strumento della delega al Governo, e snobbando il confronto con le parti sociali? Una conflittualità prolungata, quando mancano gli strumenti di autodifesa, degenera in scontro sociale. Se ai limiti fin qui rilevati si aggiunge il durissimo scontro tra i poteri dello Stato, in particolare tra Governo e Magistratura, si comprende perché numerosi politologi si interrogano se, con questo centro-destra al potere, si possa ancora parlare di un normale avvicendamento di maggioranze, secondo le regole della democrazia dell'alternanza. Una cosa è certa: non basta più limitarsi a indignarsi. Occorre elaborare una proposta politica credibile e stabilire un dialogo capillare e comprensibile con i cittadini. Occorre fin d'ora pensare all'ipotesi di un «polo delle solidarietà», che prenda il posto del vecchio Ulivo, superandone la logica partitocratrica che ha finito col bloccarlo. L'idea di un «polo delle solidarietà», alternativo alla Casa delle Libertà, potrà apparire ad alcuni prematura o utopica; ma non vi sono valide ragioni per escludere che la concezione sturziana di «area», oltre che applicarsi alla nuova forma-partito, possa valere anche per i rapporti tra le diverse forze del centro-sinistra, trasformando il polo riformatore in un'«area di aree», tenute insieme non più dai vecchi rapporti partitocratici, ma dai vincoli etici di una solidarietà responsabile. In conclusione, il dilemma «rinnovarsi o scomparire» non riguarda solo i Popolari, ma si pone anche per gli altri partner del centro-sinistra. Auspichiamo che non sia solo l'istinto di sopravvivenza a guidare il rinnovamento, ma soprattutto il senso di responsabilità e di servizio al Paese. | |