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Lessico oggi - gennaio 2002 | |
| Bullismo | |
| Serenella Pisciotta, Psicologa, dottoranda di ricerca presso l'Università di Palermo |
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| Il termine bullismo è entrato nella letteratura psicologica internazionale a indicare il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico. In particolare con il termine bullismo si intende riunire aggressori e vittime in un'unica categoria. Significato del termine Il termine bullismo è la traduzione letterale dell'inglese bullying. In Scandinavia è usata invece la parola mobbing a indicare un gruppo di persone implicato in atti di molestie. Ma il termine si riferisce anche a una singola persona che critica, molesta o picchia un'altra. In definitiva, nel concetto di bullismo vanno intese le situazioni in cui un singolo o un gruppo commettono molestie verso una persona. L'uso del termine è invalso soprattutto per definire la situazione in cui uno studente, la vittima, è prevaricato ripetutamente nel corso del tempo da parte di uno o più compagni. Come nel caso della condotta aggressiva, un'azione viene definita offensiva quando una persona arreca intenzionalmente un danno o un disagio a un'altra. Le azioni offensive possono essere di tipo verbale (minacce, rimproveri, prese in giro) o di tipo fisico (percosse, spinte, calci e dominio sull'altro). In molti casi le azioni offensive contemplano smorfie, gesti sconci e, soprattutto, l'esclusione della vittima dal gruppo. Alla base dei comportamenti sopraffattori c'è un abuso di potere e un desiderio di dominare e intimidire. In genere le azioni offensive vengono commesse ripetutamente risultando una forma di oppressione estrema per la vittima, che sperimenta una condizione di profonda sofferenza, di grave svalutazione della propria identità e di emarginazione dal gruppo. Tipologie e cause Come detto, il bullismo può essere perpetrato da un singolo individuo - il bullo - o da un gruppo verso una vittima, che appare nell'aspetto fisico nettamente più debole. Va sottolineato che il termine non dovrebbe essere usato quando due ragazzi della stessa forza fisica o psicologica litigano o discutono. Per parlare di bullismo, infatti, è necessario che vi sia intenzionalità, persistenza e asimmetria. I primi due elementi sono a carico di colui che compie l'azione, il terzo è distintivo della situazione nella sua globalità, in cui gli attori del dramma occupano posizioni diverse nella scala del potere e del prestigio, in un processo dinamico che coinvolge persecutori e vittime. Lo studente o comunque l'adolescente esposto ad azioni offensive ha difficoltà a difendersi, trovandosi in una situazione di impotenza rispetto a colui o coloro che lo molestano. A fianco di una tipologia di bullismo che possiamo definire diretta, che si esprime in prepotenze fisiche e/o verbali, ne è stata individuata una indiretta, che intrappola la vittima in una serie di dicerie sul suo conto e di atteggiamenti di esclusione che possono portare all'isolamento più totale dal gruppo. Questa seconda forma di bullismo sembra essere messa in atto soprattutto dalle ragazze. Come hanno messo in evidenza numerose ricerche, il fenomeno del bullismo non sembra essere causato da particolari condizioni socio-economiche o da caratteristiche fisiche dei soggetti, così come poca influenza ha l'alto numero di studenti in una classe o nell'insieme della scuola. Una convinzione molto diffusa è che gli episodi di violenza e sopraffazione si verifichino nel tragitto tra casa e scuola, ma dalla ricerca di Dan Olweus, uno dei massimi studiosi del fenomeno, emerge l'infondatezza di tale opinione, in quanto è proprio la scuola il luogo in cui si manifesta principalmente il bullismo. Non avrebbero incidenza, inoltre, né lo scarso rendimento scolastico né le condizioni socio-economiche disagiate. Una variabile che sembra correlarsi maggiormente con il manifestarsi delle prepotenze è l'atmosfera familiare, in particolare gli stili educativi messi in atto dai genitori. L'assistere a continue liti e a episodi di violenza in famiglia fa sì che il bambino interiorizzi schemi comportamentali aggressivi che possono facilmente venire riprodotti in altri contesti. Ma violenza e sopraffazione subite in famiglia non sono gli unici motivi che possono dare luogo a condotte aggressive: anche stili educativi improntati a scarso coinvolgimento emotivo, alla coercizione o al permissivismo, ne sono fattori predisponenti. Alcuni dati evidenziano peraltro che il comportamento aggressivo dei bulli non sempre è collegabile a esperienze di emarginazione sociale o a vissuti familiari problematici. In conclusione, dunque, non è detto che il bullo appartenga alla categoria dei «bambini difficili»; al contrario, spesso, è un ragazzo normale che vive in una famiglia apparentemente regolare e senza problemi. Studi e ricerche sul bullismo Gli studi sulle prepotenze nel contesto scolastico hanno una tradizione consolidata in ambito internazionale. La loro origine risale allo psicologo norvegese Dan Olweus, che nei primi anni '70 rilevò la consistenza di tale fenomeno in un gran numero di scuole scandinave, elementari e medie, stimandone l'incidenza al 15% (stabilendo cioè che uno studente su sette rischiava di divenire bullo o vittima). Molte altre ricerche sono state condotte in Inghilterra, Irlanda, Spagna, Finlandia, Giappone e Australia. In Italia un gruppo di ricerca coordinato da Ada Fonzi, docente di Psicologia dello sviluppo nell'Università di Firenze, ha indagato il fenomeno dapprima nelle città di Firenze e Cosenza e, in seguito, nelle altre regioni italiane. È emerso che il bullismo in Italia ha un'incidenza più alta che nella maggior parte degli altri Paesi europei, per quanto riguarda sia la percentuale dei prepotenti sia quella delle vittime. Dalla ricerca italiana, inoltre, risulta che la forma di bullismo più frequente, circa il 50%, è di tipo verbale. Ciò che ridimensiona la drammaticità del fenomeno italiano, pur rimanendo la situazione preoccupante, sembra essere il fatto che le prepotenze verbali siano considerate dai ragazzi stessi non particolarmente gravi. La ricerca di Olweus e vari studi americani e inglesi portano a considerare la condizione di vittima e di bullo persistente nel tempo. Gli studi condotti in Svezia mostrano che gli studenti prevaricati tendono a rimanere tali nel tempo, così come i più aggressivi. La stabilità nel tempo del fenomeno a volte si traduce in una sorta di escalation della violenza, inflitta o subita: gli episodi di prepotenza che si verificano a scuola sono la spia di un più generalizzato disadattamento sociale che in seguito può portare a episodi di violenza conclamata o addirittura di criminalità. Bulli e vittime, infatti, restano spesso imprigionati nei loro ruoli, gli uni diventando adulti asociali e gli altri destinati all'abbandono scolastico, alla depressione e, in casi estremi, al suicidio. Da ricerche effettuate dal gruppo di Fonzi emerge che la condizione di bullo e quella di vittima sembrano essere legate a difficoltà nel riconoscimento delle emozioni. Per le vittime si evidenzia un deficit nel riconoscimento della rabbia, che impedirebbe di riconoscere l'altro come potenziale aggressore e, conseguentemente, di difendersene. Questo deficit, inoltre, favorirebbe comportamenti di provocazione della rabbia del compagno. Anche nei bulli si riscontra un'immaturità nel riconoscimento delle emozioni, in particolare della felicità. Si ritiene, inoltre, che i «bambini prepotenti» difettino di capacità empatiche, poiché sembrano non rendersi conto delle sofferenze indotte nelle vittime. Un altro meccanismo presumibilmente coinvolto nel bullismo è quello del «disimpegno morale»: spesso i ragazzi che vittimizzano i compagni sembrano non assumersi pienamente le proprie responsabilità e tendono, quindi, a sminuire le conseguenze delle loro azioni, a deresponsabilizzarsi o a giustificare il loro comportamento svalutando la persona-bersaglio. In definitiva Fonzi considera bulli e vittime «sgrammaticati» in una competenza sociale fondamentale, quella che permette di cogliere i segnali emotivi degli altri. È necessario, secondo la studiosa, creare una mentalità antibullismo attraverso specifici programmi di intervento che favoriscano l'assunzione di responsabilità e lo sviluppo di empatia. Sembra essenziale, dunque, pensare a come prevenire e ridurre il fenomeno delle prepotenze. Nell'ottica della psicologia di comunità è possibile pensare a interventi a livello del gruppo classe e del sistema scolastico, al fine di incidere sulle dinamiche interne e sulle componenti interpersonali che sono alla base delle condotte aggressive tra compagni.
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