Lessico oggi - dicembre 2001

No Global e new global
Paolo Foglizzo S.I.
di «Aggiornamenti Sociali»
 


Protagonista indiscusso delle cronache della scorsa estate, in concomitanza e in seguito al vertice G8 di Genova, il termine no-global è ormai entrato nell'uso quotidiano per indicare quella variegata galassia coinvolta nelle manifestazioni di protesta e dissenso in occasione dei grandi summit politico-economici mondiali: gruppi, associazioni, movimenti, organizzazioni non governative, campagne popolari, sindacati, centri sociali, congregazioni missionarie, ecc. Nel tentativo di riunire soggetti tanto numerosi e differenti, l'espressione no-global sembra aver sostituito la locuzione «popolo di Seattle», coniata in seguito alle imponenti manifestazioni che contribuirono al fallimento del Millennium round dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, tenutosi nella città americana nel 1999.

Al tempo stesso, quanto più l'uso si impone, si moltiplicano i distinguo e le manifestazioni di disagio di coloro che non si riconoscono in un'etichetta affibbiata dai mezzi di comunicazione di massa. A fianco di no-global, sempre più spesso compare l'espressione new global, che tenterebbe di catturare una certa differenza di accenti e di posizioni, improntate più alla critica costruttiva che al rifiuto o all'opposizione.

Figli della globalizzazione

Entrambe le espressioni includono il termine globalizzazione, altrettanto usato ed abusato, da cui è necessario partire nel tentativo di chiarirle. Senza addentrarci nei dettagli, intendiamo per globalizzazione il fenomeno della circolazione di informazioni e capitali su scala planetaria «in tempo reale», reso possibile dalle nuove tecnologie di trasmissione elettronica dei dati. Tale processo ha comportato rapidissime e profonde modificazioni dei sistemi economici e produttivi, della gestione degli investimenti finanziari, dell'organizzazione del lavoro e finanche della vita quotidiana.

I cosiddetti antiglobalizzatori hanno saputo rapidamente appropriarsi delle nuove possibilità di comunicazione. Da Seattle in poi, il cellulare è il protagonista delle grandi manifestazioni di piazza, permettendo di mobilitare rapidamente le persone e di variare la strategia al mutare delle condizioni. Ma è soprattutto Internet a fornire gli strumenti (siti, gruppi di discussione, mailing list) con cui realtà di città, Paesi e continenti diversi si tengono in contatto, condividono informazioni, elaborano piattaforme strategiche e operative, si propongono a un pubblico più vasto dei soli aderenti. Grazie a Internet il «popolo di Seattle» ha potuto «trasferirsi» da un vertice all'altro, sviluppando riflessioni e dibattiti su scala planetaria e mobilitando masse ben più ampie dei manifestanti di volta in volta presenti, disperse in tutto il mondo, ma connesse dagli invisibili fili della rete. Proprio la rete è diventata il simbolo di una nuova strategia di azione e dà il nome a vari protagonisti (ad esempio: Rete di Lilliput, Rete Contro G8). Non a caso una delle prime critiche rivolte agli antiglobalizzatori è quella di utilizzare proprio gli strumenti messi a loro disposizione dal fenomeno che dicono di contestare.

Ma rifiuto o contestazione si appuntano non sugli aspetti tecnologici e comunicativi, bensì sui risvolti economici della globalizzazione. Essa rappresenta infatti un significativo aumento delle opportunità di investimento e di guadagno, particolarmente ingenti in certi settori e per alcuni periodi, subordinato però a una condizione ben precisa: la possibilità di accedere al nuovo spazio creato dalle tecnologie informatiche. Tale possibilità include la disponibilità tanto delle conoscenze necessarie (saper accendere un computer e collegarsi a Internet; saper utilizzare i nuovi strumenti nel proprio lavoro), quanto delle infrastrutture tecnologiche (computer e linee telefoniche) e delle risorse per sostenerne l'uso (ad esempio il costo della connessione).

La risultante dei due fattori fa s" che solo una piccola porzione dell'umanità possa beneficiare delle nuove opportunità, e per di più concentrata in larghissima parte nei Paesi sviluppati. Chi non dispone delle possibilità di accesso, non solo è escluso dalle nuove opportunità, ma vede peggiorare il proprio tenore di vita, in qualunque parte del mondo si trovi, anche per il ritorno di un liberismo spinto che accompagna il fenomeno della globalizzazione.

Radici diverse

«Un mondo diverso è possibile» è lo slogan che si contrappone a quello che, dopo la caduta del Muro di Berlino e delle ideologie, viene definito il «pensiero unico», secondo cui i fenomeni sono ineluttabili, non vi sono alternative e non è possibile scindere progresso tecnico e risvolti economici e sociali. Varie e non riconducibili l'una all'altra sono però le matrici a partire da cui si conducono analisi e critiche e si formulano alternative: ciascuna di esse rappresenta una delle diverse anime di quella complessa varietà di attori catalogati come no-global.

Un primo filone, con forti coloriture anarchiche, interpreta la globalizzazione come l'attuale incarnazione del «sistema», e come tale punta a bloccarla e distruggerla. Si coagulano intorno a questo filone anche le espressioni più radicali di un disagio, in particolare giovanile, cresciute negli ultimi anni all'interno di tutte le società occidentali. Il no alla globalizzazione è un no detto a un modello di società che si rifiuta e da cui ci si sente rifiutati.

Il secondo filone legge la globalizzazione come una minaccia per il proprio tenore di vita, sia perché si subiscono in prima persona gli effetti della riorganizzazione del lavoro, sia per i rischi che i nuovi prodotti e i nuovi processi produttivi comportano (si tratta in particolare di questioni ecologiche, prima fra tutte quella degli ogm: organismi geneticamente modificati). In modo più o meno profondo e consapevole, la protesta si inserisce nel solco della cultura sindacale e della sinistra movimentista. L'opposizione alla globalizzazione, fase attuale del capitalismo, costituirebbe una nuova forma di lotta di classe, o quanto meno di resistenza al processo di erosione dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori. Non è un caso che il grosso dei manifestanti, a Seattle come a Genova, facesse riferimento a organizzazioni sindacali. Per certi versi, anche nella scelta delle forme di protesta, alcune componenti di questo filone si possono avvicinare ai fenomeni di resistenza che da sempre accompagnano i cambiamenti radicali del sistema produttivo, quale fu il luddismo ai tempi della prima rivoluzione industriale.

Con maggiore facilità sembrano potersi racchiudere questi due primi filoni sotto il segno del no-global, che alcune componenti scelgono addirittura come espressione della propria identità (ad esempio la Rete No Global).

Il terzo filone, infine, impernia la sua critica sulle modalità con cui il processo di globalizzazione è attuato e sugli effetti perversi che ne conseguono in termini di disuguaglianze e ingiustizie globali. Confluiscono qui quanti provengono dall'impegno per la solidarietà e la cooperazione internazionale, la remissione del debito estero, la difesa dei diritti umani, la cultura della pace e della non-violenza. Significativa, ma non esclusiva, è la presenza di gruppi di matrice cattolica, in particolare in Italia.

Nei confronti della globalizzazione, questo filone sembra puntare piuttosto a una correzione, anche vistosa, della direzione di marcia, come naturale sviluppo di modelli di vita alternativi avviati e sperimentati da tempo: consumo critico, commercio equo, finanza etica. Le proposte di riforma sono concrete e sostenute da una puntuale riflessione: tassazione delle transazioni finanziarie internazionali, meccanismi per la soluzione del problema del debito estero dei Paesi poveri, riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Il dialogo con le istituzioni, anche serrato, è preferito al puro scontro, in un rapporto che tende alla stabilità e alla partnership, conseguendo talvolta risultati significativi (è il caso, ad esempio, delle campagne per la remissione del debito).

Manifestare e non solo

In occasione delle grandi mobilitazioni, queste diverse matrici culturali si sovrappongono e si intrecciano con differenti opzioni strategiche, dando origine a «blocchi» che forze dell'ordine e commentatori identificano associandoli a dei colori. Si hanno così: il «blocco rosa», che parte da un'interpretazione stretta della non-violenza e punta ad azioni diverse dal confronto diretto; il «blocco giallo», che intende la non-violenza come resistenza passiva; il «blocco blu», disposto ad azioni violente contro cose (auto, vetrine, ecc.); e, infine, il «blocco nero» o black block, che non esclude l'attacco diretto alle persone. Alle varie strategie corrisponde poi il linguaggio adottato dai vari gruppi in manifesti programmatici, prese di posizione e conferenze stampa, come si può ricordare pensando alle settimane che precedettero il G8 genovese.

Se le grandi manifestazioni di piazza hanno indubbiamente portato il movimento alla ribalta, non bisogna dimenticare che i gruppi più organizzati fanno da tempo ricorso anche ad altri strumenti: attività locali, conferenze e dibattiti, marce svincolate da appuntamenti internazionali, campagne popolari, azione di lobbying. Anzi, proprio gli esiti sanguinosi della mobilitazione genovese, che hanno eclissato proposte e contenuti, hanno indotto una profonda riflessione in quelle componenti che puntano su valori e progetti più che sullo scontro, alla ricerca di modalità adatte a esprimere la cultura di ciascun gruppo e il contributo che intende recare. Particolarmente radicale è lo sforzo delle componenti pacifiste e non-violente, le più «scottate» dagli eventi genovesi: una riflessione che è auspicabile possa produrre una parola significativa anche nel nuovo contesto di terrorismo globale e di guerra.

Per quanto doloroso e suscettibile di provocare frammentazione, il processo di chiarimento saprà rivelarsi fecondo, riportando l'attenzione sui contenuti e dando nuovo vigore propositivo alla creatività che molti gruppi hanno saputo esprimere in passato. Il prossimo traguardo verso cui procedere, in tempi che non è ancora agevole prevedere, non sono innanzi tutto nuove mobilitazioni in occasione di futuri vertici. Si tratta piuttosto di articolare una proposta compiutamente politica, capace di organizzare i singoli temi nel discorso sul bene comune. In fin dei conti, sembra questo l'esito naturale di un movimento che rappresenta una modalità concreta di partecipazione democratica e popolare, al di fuori di canali tradizionali apparentemente incapaci di svolgere la loro funzione. Potrebbe essere questo il contributo più prezioso per uscire da un tempo troppo lungo di crisi della politica e, almeno in Italia, per superare le secche di una dialettica destra-sinistra ormai sterile.