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Il 24 gennaio 1601, quattrocento anni fa, il gesuita Matteo Ricci (nato
a Macerata nel 1552) entrava a Pechino, coronando così il sogno
missionario accarezzato per vent'anni, dopo il suo primo arrivo in Cina
nel 1582. Vi rimase fino alla morte, avvenuta l'11 maggio 1610, all'età
di 57 anni.
Probabilmente questa ricorrenza centenaria sarebbe passata inosservata
(o tutt'al più sarebbe stata ricordata solo dagli addetti ai
lavori), se un intervento di Giovanni Paolo II non l'avesse posta all'attenzione
dell'opinione pubblica mondiale. Infatti, indirizzandosi al convegno
internazionale: "Matteo Ricci: per un dialogo tra Cina e Occidente"
(Roma, 24-25 ottobre 2001), il Papa ha colto l'occasione del centenario
per chiedere di riallacciare il dialogo tra Chiesa Cattolica e Repubblica
Popolare Cinese.
L'opinione pubblica è rimasta colpita soprattutto dalla richiesta
di perdono. Infatti, il Papa ha riconosciuto gli errori commessi in
passato dai cristiani, sia a causa della fragilità umana, sia
per i condizionamenti storici e culturali che la Chiesa stessa subì
e che le impedirono di svolgere in pienezza la sua missione. "Sento
profondo rammarico - dice Giovanni Paolo II - per questi errori e limiti
del passato, e mi dispiace che essi abbiano ingenerato in non pochi
l'impressione di una mancanza di rispetto e di stima della Chiesa cattolica
per il Popolo cinese, inducendoli a pensare che essa fosse mossa da
sentimenti di ostilità nei confronti della Cina. Per tutto questo
chiedo perdono e comprensione a quanti si siano sentiti, in qualche
modo, feriti da tali forme d'azione dei cristiani" (L'Osservatore
Romano, 25 ottobre 2001, n. 5).
In realtà, l'aspetto più importante dell'intervento del
Papa non è la richiesta di perdono, quanto la domanda di normalizzare
i rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e la Santa Sede, interrotti
dal 1951 quando la nunziatura, espulsa da Pechino, fu costretta a trasferirsi
a Taiwan.
Per comprendere meglio il senso di questa richiesta del Papa, è
utile richiamare la figura e la missione del padre Ricci, a cui Giovanni
Paolo II si rifà esplicitamente, per esortare la Chiesa a ricalcarne
le orme.
1. Matteo Ricci nella crisi del Celeste Impero
Il padre Ricci giunse in Cina nel 1582. Conosciuto con il nome di Li
Madou (il "Saggio d'Occidente"), fu accolto fin dall'inizio
con stima e amicizia dai cinesi, attratti non solo dalla sua amabilità,
ma anche dalla sua scienza e incuriositi dagli oggetti che aveva portato
con sé dall'Occidente: orologi, prismi, mappamondi, libri elegantemente
rilegati, quadri a colori.
Ricci, però, non si limitò a portare in Cina la scienza
e la tecnica dell'Occidente. Egli capì che, per trasmettere il
Vangelo, era necessario farsi cinese con i cinesi. Dapprima visse come
i bonzi, assumendone l'abito, gli usi e i costumi. Quando però
si rese conto che vivendo da monaco rimaneva ai margini della società,
decise di cambiare status sociale. Adottò lo stile di vita dei
letterati e dei maestri: vestì di seta, si fece crescere la barba
e cominciò a uscire di casa in portantina, come usavano le persone
di quel rango. Infatti, era persuaso che la conversione al cristianesimo
delle classi dirigenti avrebbe avuto un effetto trainante e avrebbe
moltiplicato le conversioni tra il popolo.
Perciò, s'impegnò in una vera e propria opera di "inculturazione"
della fede, traducendo il messaggio cristiano nei termini, nei simboli
e nelle categorie della cultura confuciana. Allontanandosi dal modo
comune di pensare degli ecclesiastici del tempo, che facevano coincidere
la evangelizzazione con la diffusione della cultura occidentale, il
padre Ricci si mise a tradurre il messaggio cristiano nei concetti e
nei termini della cultura confuciana ufficiale. Grazie a questo impegno
e ai suoi scritti scientifici e apologetici (tuttora ritenuti tra i
migliori modelli della letteratura cinese), molti dotti cinesi e numerosi
mandarini trovarono la via della fede e chiesero il battesimo.
Questo nuovo modo di evangelizzare, attraverso un processo di "inculturazione"
della fede, fu in certo senso una scelta obbligata, imposta dalla crisi
sociale, culturale e politica che la Cina attraversò nell'ultimo
scorcio del 1500. Infatti, alla fine del XVI secolo, l'impero cinese
visse una svolta epocale: la dinastia dei Ming, fondata nel 1368, dopo
quasi tre secoli di splendore era entrata in agonia e, nel 1644, la
dinastia Manciù avrebbe preso il posto di quella Ming.
Come suole accadere nelle epoche di transizione, la crisi si trasferì
sul piano dei valori e della cultura. Così, il padre Ricci si
rese conto che la cultura confuciana era impari a trovare le risposte
ai nuovi interrogativi che nascevano dalla transizione culturale; tanto
che molti pensatori e letterati abbandonavano il confucianesimo e cercavano
nel buddhismo e nel taoismo i nuovi lumi di cui avvertivano il bisogno.
La corte imperiale e i governanti che amministravano il Paese reagirono
duramente contro questa fuga di intellettuali, e ricorsero a ogni mezzo
per impedire che le classi alte si allontanassero dall'ortodossia confuciana.
Attuarono, perciò, una dura repressione contro ogni novità
dottrinale, considerandola una minaccia all'ordine stabilito e un pericolo
d'insurrezione.
In un simile clima di sospetto e di reazione verso qualsiasi dottrina
estranea, il padre Ricci capì che le vie tradizionali della evangelizzazione
gli erano precluse. Occorreva dunque cercare una strada nuova. La trovò
immergendosi all'interno della stessa cultura ufficiale.
2. Il dialogo interculturale
Decise perciò di farsi cinese tra i cinesi. Non solo per evitare
di essere preso per sovversivo, ma soprattutto perché la transizione
epocale della Cina di fine '500 gli apparve l'occasione propizia per
recare il contributo dei valori cristiani al popolo cinese in ricerca
di una nuova sintesi culturale.
Perciò, senza preoccuparsi dei sospetti, delle incomprensioni
e delle ostilità che incontrava (specialmente all'interno della
Chiesa, in particolare da parte degli altri missionari), il padre Ricci
si spogliò della sua identità europea e si immedesimò
nella cultura cinese. Movendo da quanto di positivo vi era in essa,
spiegò ai cinesi che il Vangelo non era estraneo alla filosofia
confuciana e che, per accettare Cristo, non si esigeva lo sradicamento
dal proprio patrimonio tradizionale né il rigetto della propria
storia; anzi, il Vangelo avrebbe aperto alla Cina traguardi superiori
di progresso umano e spirituale. A tal fine, il padre Ricci si dedicò
a "inculturare" (come oggi si dice con un brutto neologismo)
la fede cristiana nel pensiero e nel costume cinesi, mantenendo un duplice
atteggiamento di fondo.
Il primo fu quello di una assoluta fedeltà all'integrità
del messaggio evangelico. Nonostante questo sforzo, l'ortodossia del
padre Ricci fu messa in dubbio ed egli fu accusato di scendere a compromessi
con la mentalità e con i costumi pagani, di presentare ai cinesi
non il vero cristianesimo, ma una dottrina ambigua, un miscuglio di
verità evangelica e di sapienza confuciana.
Lo scontro più duro si ebbe a proposito dei cosiddetti Riti cinesi.
In Cina i funzionari e i letterati del tempo erano tenuti a svolgere
alcune cerimonie civili (offerta di cibi ai defunti, incensazioni, prostrazioni
dinanzi alla "tavoletta" di Confucio, e simili). Il padre
Ricci, dopo aver studiato a fondo questi "riti", si convinse
che essi erano solo cerimonie civili e non pratiche religiose; avevano
cioè un valore e un significato puramente culturale, ma non superstizioso.
Difese, quindi, la legittimità di compierli anche per coloro
che avevano abbracciato la fede cristiana. La controversia durò
secoli. I Riti cinesi furono condannati, dopo la morte del Ricci, dalla
Sacra Congregazione di Propaganda Fide (1645), poi dal Sant'Uffizio
(1704) e infine da Benedetto XIV (1742). Finché Pio XII, nel
1939, riconobbe invece che il padre Ricci aveva ragione (cfr "Istruzione
della Sacra Congregazione di Propaganda Fide sui Riti cinesi",
8 dicembre 1939, in AAS XXXII [1940], 24-26).
In pratica, ogni dubbio sulla ortodossia del padre Ricci venne definitivamente
fugato solo quando, nell'Archivio romano della Compagnia di Gesù,
si ritrovò un inedito ricciano in lingua cinese - Conversazioni
catechetiche (1583-1586) -, che il sinologo gesuita Pasquale d'Elia
tradusse e pubblicò nel 1935. Quelle conversazioni del padre
Ricci sono la dimostrazione più chiara di quanto fedele e scrupolosa
fosse, da parte sua, la presentazione integrale delle verità
cristiane, sebbene fatta con i concetti e i simboli della cultura confuciana.
Il secondo atteggiamento di fondo, che caratterizzò l'opera di
inculturazione del padre Ricci, fu il rispetto e la venerazione che
egli sempre ebbe per il patrimonio culturale cinese. Tanto più
avendo appurato che l'insegnamento filosofico e umanistico di Confucio
conteneva valori naturali buoni, che da un lato si aprivano al Vangelo
e dall'altro potevano arricchire la stessa comprensione del messaggio
cristiano. Tuttavia, la sua accettazione della cultura confuciana non
fu acritica, né senza discernimento; tant'è vero che alcuni
studiosi accusano il Ricci di aver forzato qua e là il pensiero
di Confucio, di averlo interpretato un po' a modo suo e di averne fatto
talvolta un uso strumentale. Tuttavia, questi limiti non tolgono nulla
alla validità della intuizione metodologica ricciana: compiere
un'operazione filosofico-teologica, attraverso la valutazione teista
degli antichi classici cinesi. Per avere un'idea di questo lavoro, basti
dire, per esempio, che - diversamente da quanto avevano fatto i missionari
in Giappone, dove il nome di Dio era stato fonetizzato dal portoghese
Deus -, il padre Ricci tradusse "Dio" in cinese, chiamandolo
Tciencin ("Signore del cielo"); e quando, qualche tempo dopo,
scoprì nei classici che gli antichi cinesi probabilmente avevano
conosciuto il vero Dio, chiamandolo Ti ("Dominatore") o Sciamti
("Supremo Dominatore") o Ttien ("Cielo"), non esitò
a servirsi di questi nomi. Parimenti, la Vergine Maria diviene il "Fiore
dei Santi"; il paradiso è la "Sala Celeste", e
l'inferno è la "Prigione terrestre"; il Vangelo è
chiamato "Immortale classico" o "letteratura classica";
la croce diviene il "segno del dieci" (in cinese il numero
10 si scrive con il segno + dell'addizione).
Se l'opera del Ricci non ottenne tutti i risultati sperati, si dovette
a una serie di cause concomitanti, che qui non è il caso di approfondire.
Rimane tuttavia la validità della sua esperienza missionaria.
Senza compromettere l'integrità dell'annuncio evangelico, egli
seppe creare un terreno d'intesa e un linguaggio comune con la cultura
cinese. Dimostrò così che il Vangelo non mortifica quanto
di buono e di vero esiste in ogni cultura, ma lo rispetta, anzi l'assume
e lo dilata, dando e ricevendo nello stesso tempo.
In tal modo - conclude Giovanni Paolo II - il padre Ricci "riuscì
a stabilire tra la Chiesa e la cultura cinese un ponte che appare ancora
solido e sicuro, nonostante le incomprensioni e le difficoltà
verificatesi nel passato e tuttora rinnovatesi. Sono convinto che la
Chiesa può orientarsi senza timore per questa via, con lo sguardo
rivolto all'avvenire" ("Discorso ai partecipanti al Convegno
di studio nel IV centenario dell'inizio della missione di padre Matteo
Ricci in Cina", 25 ottobre 1982, in Insegnamenti di Giovanni Paolo
II, V, 3 [1982], 928).
3. Verso nuovi rapporti tra la Chiesa e la Cina
A questo punto, fa impressione rileggere un paragrafo del Concilio
Vaticano II sul dialogo interculturale. Senza volerlo, è l'elogio
più bello che si poteva tessere del padre Ricci, pioniere della
"inculturazione" della fede in Cina.
Tutti i cristiani - afferma il decreto sull'attività missionaria
della Chiesa - "debbono stringere rapporti di stima e di amore
con questi uomini [del loro tempo], e dimostrarsi membra vive di quel
gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il complesso
delle relazioni e degli affari dell'umana esistenza, alla vita culturale
e sociale. Così debbono conoscer bene le tradizioni nazionali
e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei
germi del Verbo che in essi si nascondono; debbono seguire attentamente
l'evoluzione profonda che si verifica in mezzo ai popoli [...],
debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono, e improntare
le relazioni con essi a un dialogo sincero e comprensivo, dimostrando
tutte le ricchezze che Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli,
e insieme tentando di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo"
(Ad gentes, n. 11). Non si poteva tracciare un identikit più
perfetto del padre Ricci.
Pertanto, il problema che oggi si pone è come adeguare il metodo
di dialogo e di evangelizzazione, già sperimentato con frutto
dal padre Ricci. Giovanni Paolo II, nel suo messaggio in occasione del
IV centenario dell'arrivo a Pechino dell'Apostolo della Cina, è
convinto che sia possibile riprendere il dialogo, a cominciare dalla
normalizzazione delle relazioni tra la Santa Sede e la Cina. "Come
scriveva proprio a Pechino il padre Ricci - afferma il Papa - [...],
anche la Chiesa cattolica di oggi non chiede alla Cina e alle sue Autorità
politiche nessun privilegio, ma unicamente di poter riprendere il dialogo,
per giungere a una relazione intessuta di reciproco rispetto e di approfondita
conoscenza" (Doc. cit., n. 4). Perciò - prosegue - "formulo
l'auspicio di vedere presto instaurate vie concrete di comunicazione
e di collaborazione fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese".
E conclude: "Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede,
a nome dell'intera Chiesa cattolica e - credo - a vantaggio di tutta
l'umanità, auspica l'apertura di uno spazio di dialogo con le
Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le
incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del
Popolo cinese e per la pace nel mondo. [...] la normalizzazione
dei rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e la Santa Sede avrebbe
indubbiamente ripercussioni positive per il cammino dell'umanità"
(ivi, n. 6).
Che cosa impedisce, dunque, la ripresa del dialogo? Da parte cinese
si insiste soprattutto su due ostacoli, indicati già con chiarezza
in un Libro bianco del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare
Cinese (1997). "Il governo cinese - vi si legge - [...] desidera
migliorare le relazioni con il Vaticano. Un tale miglioramento richiede
tuttavia due condizioni fondamentali: primo, che il Vaticano ponga fine
alle sue cosiddette relazioni diplomatiche con Taiwan e riconosca che
il governo della Repubblica popolare cinese è il solo governo
legittimo in Cina, nonché che Taiwan è parte inalienabile
del territorio cinese; secondo, che il Vaticano non interferisca negli
affari interni della Cina con il pretesto delle questioni religiose.
Quella tra la Cina e il Vaticano è in primo luogo una relazione
tra due Paesi. Solo quando miglioreranno i rapporti tra i due Paesi,
dunque, si potrà discutere di problemi religiosi" ("Libertà
di religione garantita", in Il Regno Documenti, n. 3 [1 febbraio]
1998, 135).
Il primo ostacolo, dunque, sta nel fatto che la Santa Sede è
uno dei ventotto Stati al mondo (l'unico in Europa) a riconoscere il
governo di Taiwan e non quello di Pechino. Ora, la disponibilità
da parte della Santa Sede a superare questo ostacolo è implicita
nella stessa richiesta di normalizzazione dei rapporti diplomatici.
Né può sfuggire che tale richiesta è accomunata
dal Papa all'accenno che egli fa sulla necessità di un nuovo
assetto mondiale dopo l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001:
"Il momento attuale di profonda inquietudine della comunità
internazionale esige da tutti un appassionato impegno per favorire la
creazione e lo sviluppo di legami di simpatia, di amicizia e di solidarietà
tra i popoli" (n. 6). Come dire: i nuovi equilibri internazionali
che stanno nascendo rendono possibile, anzi facilitano e chiedono la
ripresa di relazioni amichevoli tra la Cina Popolare e la Santa Sede.
Del resto, il fatto stesso che la rappresentanza della Santa Sede presso
il Governo di Taiwan sia stata affidata non a un nunzio, ma a un Incaricato
d'Affari ad interim, fa pensare che la Chiesa, non da oggi, consideri
interlocutorio il riconoscimento della Cina nazionalista in luogo della
Cina Popolare.
Più difficile da rimuovere, invece, è il secondo ostacolo.
Infatti, con la clausola della "non interferenza negli affari interni
della Cina", Pechino ha sempre negato alla Santa Sede il diritto
di nominare vescovi cinesi. Da qui il favore con cui il Governo di Pechino
appoggia la cosiddetta "Chiesa patriottica" (i cui vescovi
vengono eletti indipendentemente da Roma), e il clima di repressione
nei confronti della cosiddetta "Chiesa clandestina" dei cattolici
fedeli al Papa. Non è un mistero che anche su questo delicato
problema la Santa Sede non abbia voluto rompere. Non solo i vescovi
"patriottici" non sono stati scomunicati, ma gli ultimi pontefici
hanno insistito sempre più sul fatto che tutti i cattolici cinesi
sono tenuti a servire lealmente il loro Paese e ad agire in profonda
sintonia con il patrimonio culturale del loro popolo.
Ecco perché - conclude Giovanni Paolo II - il dialogo interculturale
instaurato con la Cina dal padre Ricci è la strada sulla quale
la Santa Sede anche oggi vuole proseguire. Per questo, la Chiesa apre
alla Cina ed è disponibile a compiere i passi necessari affinché
- da una parte e dall'altra - siano superate le incomprensioni passate
e le diffidenze tuttora esistenti. "Lo sappia la Cina: la Chiesa
cattolica ha il vivo proposito di offrire, ancora una volta, un umile
e disinteressato servizio per il bene dei cattolici cinesi e per quello
di tutti gli abitanti del Paese" (ivi, n. 5). Il tempo della riconciliazione
è maturo.
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