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Editoriale - luglio-agosto 2001 | |
| I "grandi della terra"e il grido dei poveri | |
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Bartolomeo Sorge
S.I. | |
| L'ordine del giorno dei lavori è andato via via ampliandosi dalla macroeconomia (commercio internazionale, rapporti con i Paesi in via di sviluppo) alle sue implicazioni sociali (occupazione, ambiente), ai problemi della criminalità organizzata, al commercio delle sostanze stupefacenti, al riciclaggio di denaro sporco, al controllo degli armamenti, al terrorismo. 1. La diffidenza e l'ira dei poveri L'attesa e le reazioni che si stanno manifestando vivacemente per il vertice di Genova rispecchiano le tensioni sociali ma anche le speranze dell'umanità di oggi, quando cinque miliardi di poveri dell'emisfero Sud premono alle frontiere del miliardo di ricchi dell'emisfero Nord. é noto, infatti, che il 20% della popolazione mondiale, al Nord, dispone di oltre l'80% delle risorse del globo, mentre l'80% dell'umanità, al Sud, dispone di meno del 20% delle risorse mondiali e sono popolazioni decimate dalla fame, dalle malattie e dalla denutrizione (ogni anno, per queste cause, muoiono undici milioni di bambini). Da un lato i popoli ricchi, grazie al boom di Internet e delle nuove tecnologie, accelerano il loro sviluppo in misura esponenziale, dall'altro i Paesi in via di sviluppo, soffocati da un debito estero insostenibile, versano in estrema povertà. Si potrà mai avere pace e giustizia in un mondo dove un miliardo e trecento milioni di persone «vivono» con meno di un dollaro al giorno, non hanno accesso ai servizi sanitari, all'istruzione di base e all'acqua potabile? Quando due miliardi non sono collegati a una rete elettrica, e più di quattro miliardi e mezzo non dispongono di strumenti di comunicazione di base? La diffidenza e l'ira dei poveri del Sud verso i ricchi del Nord erano già esplose clamorosamente in occasione del Millennium Round che la Organizzazione Mondiale del Commercio aveva tenuto nel dicembre 1999 a Seattle (usa). I delegati dei 135 Stati membri si erano incontrati per trovare un accordo per liberalizzare il commercio, adeguandolo ai processi di globalizzazione. Il fallimento di quel primo incontro fu dovuto non solo alle difficoltà obiettive dell'impresa, ma anche all'esplosione della rabbia dei poveri e alla rivolta della coscienza morale. I manifestanti - provenienti da ogni parte del mondo e in rappresentanza delle più diverse organizzazioni ambientaliste, sindacali e del volontariato sociale - scesero rumorosamente in piazza, per denunciare la mancanza di garanzie effettive di fronte soprattutto al progressivo inquinamento ambientale e alle manipolazioni genetiche nel mondo vegetale e animale. Lo sviluppo - fu questo il grido del «popolo di Seattle» - riguarda tutti indistintamente. Non possono essere solo pochi ricchi a decidere per tutti. Né la crescita umana si può ridurre solo agli aspetti finanziari o di mercato, mettendo in second'ordine la dimensione culturale, morale e spirituale. In una parola, i popoli in via di sviluppo - che costituiscono la maggioranza dell'umanità - chiedono sì di essere aiutati a crescere economicamente, ma vogliono essere essi stessi corresponsabili e artefici della propria elevazione umana e sociale. Non si può non riconoscere la legittimità di queste aspirazioni, le stesse che stanno all'origine delle contestazioni e delle manifestazioni predisposte in occasione del vertice del G8 a Genova. Non deve stupire, perciò, che vengano contestate duramente sia la concezione neoliberista, su cui i potenti della Terra vorrebbero fondare il nuovo ordine economico mondiale, sia la stessa legittimità della struttura del G8, che in realtà è un «club esclusivo» riservato a pochi privilegiati. I poveri della Terra quale fiducia possono mai riporre negli «otto grandi», quando - proprio alla vigilia del vertice di Genova - il partner più potente (gli usa), preoccupato di tutelare e accrescere il proprio già alto livello di vita, rifiuta egoisticamente il protocollo di Kyoto (1997) con il quale un gran numero di nazioni si è impegnato a ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera? La potenza economica di cui dispone il G8 non basterà mai per mettere a tacere la voce dei popoli meno favoriti, che chiedono - come è loro diritto - di essere ascoltati e di poter condividere equamente i beni necessari alla vita. Rimane, dunque, valida e attuale la riserva espressa da Giovanni XXIII nell'enciclica Pacem in terris: il timore, cioè, «che poteri pubblici supernazionali o mondiali imposti con la forza dalle comunità politiche più potenti non siano o non divengano strumento di interessi particolaristici [...], che nel loro operare [non] risultino immuni da ogni sospetto di parzialità: il che comprometterebbe l'efficacia della loro azione» (n. 138). In altri termini, vi è il pericolo che anche il summit di Genova si limiti a mere dichiarazioni di buona volontà, ma che poi alle parole non seguano i fatti e gli interessi particolari finiscano col prevalere su quelli universali. Ecco perché è importante che a Genova la voce dei Paesi in via di sviluppo si faccia sentire con forza. 2. Un mondo diverso è possibile La necessità che i «grandi della Terra» facciano una lettura diversa della realtà del mondo d'oggi, fondandola piuttosto sui principi di giustizia, di solidarietà e di uno sviluppo equo e sostenibile, ha spinto oltre cinquecento tra associazioni, movimenti, centri sociali, forze sindacali e politiche nazionali e internazionali a coordinarsi nel Genoa Social Forum: «Gli organismi soprannazionali, su cui si stanno concentrando le attenzioni di un movimento internazionale crescente - si legge in un documento del Forum -, non potranno più decidere senza tener conto di una popolazione sempre più attenta e decisa, che chiede processi democratici certi e nuovi orizzonti di giustizia sociale ed economica». Quali sono concretamente le principali contestazioni, che questi e altri gruppi muovono al G8 in occasione del vertice di Genova? Il primo e più fondamentale dissenso riguarda la ideologia neoliberista con cui i potenti della Terra affrontano e gestiscono il processo di globalizzazione. Questa ideologia - denuncia il Documento di Genova, pubblicato a conclusione del Congresso internazionale del 2-3 giugno 2001, organizzato congiuntamente dalla Diocesi e dal Comune - «teorizza una sorta di darwinismo sociale, in cui i più forti prevalgono, disinteressandosi, o al massimo avendo un po' di compassione, per chi rimane indietro»; e conclude: «Sentiamo quindi necessario che la società civile interpelli il potere politico, orientandolo e sostenendolo affinché la globalizzazione sia governata dalle ragioni del bene comune dei cittadini del mondo intero, che diventi cioè una globalizzazione solidale». Certamente - sottolinea ancora il Documento di Genova - la globalizzazione produce crescita di benessere, tuttavia essa tende a concentrare il potere economico nella mani di poche persone e di poche società multinazionali, con le conseguenze negative che sono sotto gli occhi di tutti: «Tale concentrazione arriva a condizionare il potere politico, spesso impedendogli di realizzare il suo compito di custode del bene comune; il risultato è una società in cui convivono ricchezze e povertà estreme, mentre vengono messi in secondo piano l'importanza di beni pubblici fondamentali come l'ambiente, e in troppe parti del mondo si negano i diritti umani più elementari, il diritto a una vita dignitosa, all'autodeterminazione, alla salute, al lavoro, alla pace». Si tratta di una critica seria e fondata, alla quale ha fatto riferimento più di una volta lo stesso Giovanni Paolo II. La globalizzazione - ha detto il Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (27 aprile 2001) - «è un fenomeno complesso e in rapida evoluzione. La sua caratteristica principale è la crescente eliminazione delle barriere che ostacolano la mobilità delle persone, dei beni e dei capitali. é la consacrazione di una sorta di trionfo del mercato e della sua logica, che a sua volta provoca rapidi cambiamenti nelle culture e nei sistemi sociali. Molte persone, in particolare quelle più svantaggiate, la vivono come un'imposizione piuttosto che come un processo al quale possono partecipare attivamente». «La globalizzazione - conclude Giovanni Paolo II - , a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno. Nessun sistema è fine a se stesso ed è necessario insistere sul fatto che la globalizzazione, come ogni altro sistema, deve essere al servizio della persona umana, della solidarietà e del bene comune» (in Aggiornamenti Sociali, 6 [2001] 525 s). In altre parole, senza ovviamente mettere in discussione la libera iniziativa, occorre che la logica del mercato non sia lasciata a se stessa. La globalizzazione, pertanto, va accompagnata da meccanismi di controllo, se si vuole evitare che i rapporti sociali siano ridotti esclusivamente a fattori economici e che gli esclusi e gli emarginati rimangano senza tutela in balìa del più forte. E poiché nessuna nazione da sola è oggi in grado di orientare in senso umano e solidale il processo di globalizzazione, si richiede l'azione di una autorità soprannazionale, democraticamente legittimata, fornita di strutture, di poteri reali e di mezzi adeguati. Si innesta qui l'altra contestazione fondamentale: non si vede quale legittimità democratica e quale effettiva capacità abbia il G8 di orientare la globalizzazione in senso solidale. Certo, le nazioni più ricche hanno precise responsabilità verso le nazioni più povere. Già il Concilio Vaticano II dopo aver ricordato ai Paesi in via di sviluppo il dovere che essi stessi hanno di perseguire la piena espansione umana dei propri cittadini, impegnandosi e valorizzando le proprie risorse, aggiungeva però: «È dovere gravissimo delle nazioni sviluppate di aiutare i popoli in via di sviluppo» nell'adempimento di questo loro compito (Gaudium et spes, n. 86). Giovanni Paolo II, dal canto suo, specifica ulteriormente: «L'interdipendenza deve trasformarsi in solidarietà, fondata sul principio che i beni della creazione sono destinati a tutti [...]. Superando gli imperialismi di ogni tipo e il proposito di conservare la propria egemonia, le nazioni più forti e più dotate devono sentirsi moralmente responsabili delle altre [...]. I Paesi economicamente più deboli, o rimasti al limite della sopravvivenza, con l'assistenza degli altri popoli e della comunità internazionale devono essere messi in grado di dare anch'essi un contributo al bene comune con i loro tesori di umanità e di cultura, che altrimenti andrebbero perduti per sempre» (enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 39). Posto questo principio, rimane aperto tuttavia il problema delle modalità in cui le nazioni più forti devono esercitare la loro responsabilità verso i Paesi in via di sviluppo. Detto in modo più concreto: quale legittimazione democratica ha il G8 per decidere il destino di tutti? Ora, paradossalmente, le proteste della gente e dei movimenti che scendono in piazza per contestare il summit di Genova, potrebbero trasformarsi di fatto in una sorta di legittimazione popolare del G8, nella misura in cui le istanze dei poveri fossero ascoltate e, per quanto è possibile, accolte. Infatti, la protesta è l'unico modo che i cittadini del mondo hanno di farsi sentire e di influire sul vertice del G8, affinché la globalizzazione sia effettivamente orientata in senso umano e solidale. Pertanto, impedire questo confronto con il pretesto della sicurezza e dell'ordine pubblico, equivale paradossalmente a sminuire la legittimazione democratica del summit. Simbolo di questa incomunicabilità è, per esempio, il fatto che i gesuiti dell'«Associazione san Marcellino» abbiano preferito trasferire fuori Genova i «senza dimora» ospitati presso di loro, per evitare che questi poveri durante il G8 siano esposti a eventuali soprusi, a motivo delle rigide misure di prevenzione. Intendiamoci. Nessuno nega che sia doveroso prevenire e impedire con fermezza espressioni scorrette di contestazione o addirittura forme di violenza in cui la protesta popolare potrebbe degenerare a causa soprattutto di gruppi estremisti minoritari, che colgono ogni occasione per soffiare sul fuoco. Ma non è questo lo spirito della protesta dei numerosi gruppi aderenti al Genoa Social Forum, come appare dal loro comportamento e dalle loro prese di posizione. Nei loro documenti essi ribadiscono che la battaglia per una gestione solidale della globalizzazione, per la cancellazione del debito e per una svolta nelle relazioni Nord-Sud va condotta non con la violenza, ma con la forza degli ideali e con il consenso delle coscienze: «La nonviolenza - si legge nell'Appello per il vertice di Genova - è una visione del mondo e la si può condividere o meno. Tuttavia la modalità nonviolenta di gestire azioni dirette sembra la più consona a raggiungere alcuni obiettivi e può trovare il consenso anche di chi non ne fa una scelta di vita». Perciò, se da un lato i potenti devono essere disponibili ad ascoltare la protesta e il dissenso popolari, dall'altro la protesta e il dissenso devono dimostrare di sapere organizzarsi in modo pacifico, prendendo le distanze dalle frange violente minoritarie che puntano a far degenerare anche le manifestazioni più civili. 3. Anche la Chiesa si mobilita La Chiesa, secondo una felice espressione di Paolo vi, è «l'alleata nativa dei poveri». Come potrebbe non trovarsi accanto a essi anche a Genova? Numerose sono infatti le iniziative in ambito ecclesiale, prese in vista del vertice del G8. Alcune di esse sono particolarmente significative e meritano di essere segnalate. Una iniziativa importante, presa dalla Diocesi di Genova in collaborazione con il Comune, è stato il Congresso internazionale Per una globalizzazione solidale, verso un mondo unito (Genova, 2-3 giugno 2001). Esperti a livello mondiale hanno affrontato i temi della globalizzazione e del debito estero dei Paesi in difficoltà, proponendo nuove vie di dialogo tra Organizzazioni non governative e multinazionali, tra società civile e mondo politico. Al termine, il Congresso ha prodotto il Documento di Genova, ponendo il G8 e le grandi organizzazioni economiche e finanziarie mondiali dinanzi alla loro responsabilità sociale e offrendo alcune indicazioni operative, relative alla riduzione del debito estero, alla eliminazione delle barriere doganali dei prodotti dei Paesi in via di sviluppo, alla tassazione dei movimenti di capitale. Di notevole portata, infine, è la proposta di creare un «Fondo Giovani del Mondo» per il bene delle generazioni future, che introdurrebbe un importante elemento di lungo termine nell'attuale sistema finanziario. Soprattutto, però, il Documento di Genova chiama in causa la società civile. Non basta - esso afferma - chiedere ai governi di intervenire, non basta protestare. La società civile dispone di altri mezzi per contribuire efficacemente a orientare la globalizzazione in senso solidale: «Ogni cittadino quale consumatore - e quale investitore dei propri risparmi - dispone di un grande potenziale di indirizzo sull'economia, efficace se la consapevolezza di possederlo si diffonde e si creano le condizioni per esercitarlo [...], non già contro il sistema, ma contro le sue attuali tendenze di ricerca esclusiva del profitto immediato, prive di quella visione a lungo termine che è necessaria a evitare nel lungo periodo crisi economiche, instabilità sociale e disastri ambientali». I cittadini, dunque, sono invitati a una scelta oculata nei loro consumi e nell'investimento dei propri risparmi. In appoggio al Documento di Genova è intervenuto più volte il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della Diocesi genovese, impegnando particolarmente i cristiani a farsi presenti: «I cristiani - ha detto - devono saltar fuori con chiarezza: hanno un'occasione unica per prendere posizione da protagonisti sulla globalizzazione, sui grandi temi dello sviluppo mondiale. é un'opportunità storica» (Avvenire, 1 giugno 2001). Un'altra iniziativa non meno significativa è quella di un consistente gruppo di Congregazioni religiose missionarie, che hanno sentito il dovere di partecipare in prima persona all'avvenimento di Genova. E ne spiegano il perché. «Viviamo - fanno sapere - con gli aborigeni dell'Amazzonia, con i pigmei dell'Africa, con i beduini del deserto [...], siamo testimoni di come il debito e specialmente gli aggiustamenti strutturali imposti dal FMI abbiano disumanizzato e affamato le popolazioni tra cui lavoriamo». Alla mobilitazione hanno risposto quasi 800 Congregazioni religiose. Oltre al vibrante documento sulla cancellazione del debito, già inviato ai governi del G8, centinaia di religiosi e religiose hanno deciso di passare i due giorni del summit in preghiera e digiuno presso la chiesa genovese di S. Antonio di Boccadasse, in unione con i fratelli di altre religioni e in comunione ideale con tutti i poveri del mondo. é il contributo più efficace che la Chiesa può dare al buon esito del vertice di Genova: far scaturire dal digiuno e dalla preghiera il grido profetico della denuncia che, unito alla testimonianza di una solidarietà effettiva con chi soffre, diventi monito per i grandi della Terra. Spetta soprattutto a essi, che ne hanno il potere e il dovere, cambiare un sistema economico ingiusto, che privilegia i forti e opprime i deboli.
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