Editoriale - giugno 2001

Le incognite del dopo voto

Bartolomeo Sorge S.I.
direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 


Come era nelle previsioni della vigilia, Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni del 13 maggio 2001. é positivo il fatto che la sua vittoria risulti netta sia al Senato, sia alla Camera dei Deputati. é una conferma infatti - anche per l'alto numero dei votanti - che l'Italia va progredendo sulla via dell'alternanza, cioè verso quella forma più matura di democrazia bipolare che il Paese scelse con il referendum popolare del 1993.

Una ulteriore conferma dell'affermazione progressiva, in Italia, della coscienza della democrazia bipolare si può trarre da altri due risultati delle recenti elezioni. Il primo, assai significativo, è stata la bocciatura da parte degli elettori del tentativo di dare vita a un polo autonomo di centro, messo in atto - questa volta - dalla coppia D'Antoni-Andreotti. Il secondo risultato, non meno significativo, è l'avvenuta semplificazione del quadro politico, in seguito al drastico ridimensionamento dei partiti minori che non hanno raggiunto la fatidica soglia del 4%. Escono dalla scena parlamentare i Radicali della Lista Bonino; conquistano un numero modesto di seggi la Lega Nord di Bossi e il Bianconfiore (CCD-CDU) di Casini e di Buttiglione; ottengono una presenza insignificante l'Italia dei Valori di Di Pietro, il Girasole (Verdi e Socialisti Italiani), Democrazia Europea di D'Antoni e i Comunisti Italiani di Cossutta.

Tuttavia il voto del 13 maggio non è servito soltanto a evidenziare l'ulteriore passo in avanti compiuto dal Paese verso la democrazia dell'alternanza; dalle urne esce altresì un quadro politico profondamente cambiato che, proprio per questo, non è privo di incognite.

Ci sembra importante, perciò, richiamare l'attenzione almeno su tre di queste incognite, che sarà necessario chiarire al più presto. La prima incognita riguarda la effettiva consistenza e coesione della nuova maggioranza, chiamata a governare il Paese. La seconda incognita riguarda il programma del centro-destra, soprattutto il capitolo delle riforme istituzionali, già iniziate nella passata Legislatura. La terza incognita, infine, riguarda il futuro dei cattolici democratici nel mutato contesto politico.

1. L'incognita della nuova maggioranza

La prima grande incognita del dopo-voto è il grado di coesione interna del centro-destra. Certo, il medesimo problema si sarebbe posto anche nell'ipotesi di una vittoria del centro-sinistra: cosa non impossibile, se Bertinotti e Di Pietro avessero stipulato un accordo elettorale con l'Ulivo. In realtà, in Italia vige ancora un «bipolarismo imperfetto»: cioè, sia la Casa delle Libertà, sia l'Ulivo sono - a tutti gli effetti - due coalizioni essenzialmente elettorali, ma prive di una cultura omogenea, necessaria alla elaborazione e alla attuazione di un progetto politico comune.

Questa constatazione rafforza l'incognita del dopo-voto che grava sulla stabilità della nuova maggioranza. Infatti, la indiscussa leadership di Berlusconi, che ha condotto la Casa delle Libertà a una netta vittoria, potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio. Se, da un lato, la figura del leader è riuscita a convogliare su di sé il voto popolare, fino a trasformare le elezioni del 13 maggio in una sorta di plebiscito a proprio favore, d'altro lato però la sua vittoria ha fatto pagare un prezzo altissimo agli alleati della Casa delle Libertà, in quanto molti dei loro elettori hanno preferito votare Forza Italia. Infatti, rispetto alle precedenti elezioni politiche del 1996, Alleanza Nazionale è scesa dal 15% al 12%, la Lega Nord dal 10,1% al 3,9%, il Biancofiore dal 5,8% (CCD + CDU nel 1996) al 3,2 %. Certamente tutti gli alleati minori della coalizione di centro-destra hanno tratto grande vantaggio in termini di seggi dalla vittoria personale di Berlusconi, ma - oltre al prezzo pesante che hanno dovuto pagare per ottenerlo - ora corrono anche il rischio non ipotetico di essere ulteriormente assorbiti da Forza Italia.

Perciò è legittimo chiedersi fino a quando durerà la «luna di miele» della vittoria. Del resto, Bossi si è affrettato a presentare il conto a Berlusconi il giorno dopo il voto, dicendo a chiare lettere che vuole contare molto in Parlamento e al Governo, ricordandogli, senza tanti complimenti, che i 17 senatori leghisti sono determinanti a Palazzo Madama e chiedendo una rapida e rigorosa attuazione degli impegni presi che più stanno a cuore alla Lega. Così, paradossalmente, malgrado la sonora sconfitta elettorale, la Lega Nord potrebbe esercitare una forte pressione ricattatoria. é prevedibile che anche gli altri alleati - Fini, Casini e Buttiglione - non tarderanno molto a far valere le proprie esigenze. Infine, sulla bilancia, peserà anche il voto del Sud. La gente del Mezzogiorno, specialmente in alcune regioni (come in Sicilia), ha mostrato di credere ciecamente alle promesse di Berlusconi, votando in massa per lui. Che cosa accadrebbe, se egli dovesse cedere alle posizioni antimeridionaliste della Lega Nord? Non è quindi del tutto ipotetico che la netta vittoria personale di Berlusconi possa, prima o poi, trasformarsi in un boomerang.

Ma l'incognita della nuova maggioranza non sta solo nelle eventuali rivendicazioni delle forze minori che la compongono. Più a monte rimane il dubbio se la cultura politica neoliberista, a cui si ispira la Casa delle Libertà, sia in grado di suggerire scelte adeguate, capaci di risolvere i problemi di un Paese come il nostro, che viaggia a due velocità. Il fatto che la cultura politica neoliberista privilegi l'impresa, e si preoccupi di favorire soprattutto la competitività e lo sviluppo delle zone già economicamente avanzate, non rischia forse di relegare il Mezzogiorno ancora una volta in secondo piano? Quale ricaduta avrà la concezione neoliberista dello sviluppo - ispirata al primato del privato, della efficienza e del profitto - sulla impostazione delle politiche sociali e sulle riforme fondamentali, come quelle riguardanti la scuola e l'educazione, il fisco e la sanità? Come reagiranno i cattolici del centro-destra, quando si troveranno coinvolti nell'ottica neoliberista con cui la Casa delle Libertà affronterà i problemi, già sul tappeto, della politica migratoria e della integrazione degli immigrati nella società multietnica, della politica familiare e delle politiche da adottare per il superamento delle nuove povertà a cominciare dalla disoccupazione? Sono tutti problemi, infatti, che - come ha insistito il Papa, parlando all'Assemblea Generale della CEI (17 maggio 2001) - non si possono risolvere al di fuori di una prospettiva di concreta solidarietà.

Questa situazione difficile dovrebbe spingere i cattolici del centro-destra a far sentire maggiormente la loro presenza nella Casa delle Libertà; la loro coerenza con la dottrina sociale della Chiesa e il loro coraggio potrebbero rivelarsi uno strumento efficace per aiutare dall'interno la cultura neoliberista ad aprirsi a quei valori di solidarietà e di rispetto della persona, da cui non può prescindere la costruzione di una società autenticamente democratica.

L'incognita che grava sulla nuova maggioranza per queste ragioni «interne» si aggrava poi ulteriormente, se si riflette alla necessità che Berlusconi ha di acquistare credibilità. Infatti, larga parte dell'opinione pubblica, in Italia e soprattutto all'estero, non riesce a comprendere come possa fare legittimamente il Primo Ministro un personaggio che non ha ancora chiarito tutte le sue pendenze giudiziarie e che soprattutto è condizionato da un grave conflitto di interessi, inevitabile per chiunque si trovi ad avere nelle proprie mani il potere politico e un grande potere economico. Infatti, tutti sanno che Berlusconi è l'uomo più ricco d'Italia e occupa il ventisettesimo posto nella classifica mondiale dei miliardari, con l'«aggravante» di avere in mano pure un vasto e decisivo settore dell'informazione, essendo egli padrone di tre reti televisive a diffusione nazionale, di decine di giornali e della più importante casa editrice del Paese. Giustamente qualcuno ha sottolineato che siamo di fronte a una concentrazione di potere economico, politico e culturale che non ha uguali in Occidente. Il consenso popolare, per quanto ampio, non può sottrarre nessuno - neppure il proprio leader politico - al giudizio della magistratura, né può esonerare i responsabili della cosa pubblica dal dovere morale che hanno di liberarsi dall'infausto intreccio tra potere economico e politica, che rende inadatto chiunque a governare e ad amministrare il Paese con assoluta imparzialità ed equità, per il bene di tutti i cittadini.

2. L'incognita del programma di governo

Oltre all'incognita sulla coesione delle forze che compongono il centro-destra, un'altra riguarda il programma della Casa delle Libertà. La ragione di questa incognita è che lo stesso Berlusconi, durante la campagna elettorale, ha rinunciato a presentare il programma della coalizione e si è limitato (nella immediata vigilia del voto) a parlare solo di quello di Forza Italia, abbinandolo al famoso «contratto con gli italiani», impropriamente definito tale perché sottoscritto solamente da lui e non dalla controparte, e nemmeno dai suoi alleati.

Perché questa difficoltà a presentare il programma comune di tutta la Casa delle Libertà? Forse per paura di provocare la reazione dell'uno o dell'altro partner della coalizione? In ogni caso è chiaro che questo comportamento rivela una «politica debole», nel senso che, in assenza di una spinta ideale forte e condivisa, il programma della coalizione tende a privilegiare l'aspetto tecnico-amministrativo dei problemi, orientando verso una gestione del potere pragmatica o di tipo «aziendale», con il risultato che viene relegata in second'ordine la dimensione ideale (ed etica) del programma stesso.

Questa appunto è l'impressione che si ricava dal successo della Casa delle Libertà: che esso cioè sia stato il frutto non tanto di alti ideali politici, che scarseggiano, quanto della fiducia che gli elettori hanno riposto nelle promesse di Berlusconi e nella immagine che è riuscito a dare di sé attraverso i mass media, presentandosi come un imprenditore capace di realizzare quanto si propone e di mantenere quanto promette. Anche per questo egli non ha sentito il bisogno di far conoscere ai suoi e agli altri un programma organico (rifiutando decisamente ogni confronto con il suo competitore Rutelli); si è limitato invece a ripetere le sue promesse, fondate esclusivamente sulla parola data e riassunte poi, alla vigilia del voto, nel citato «contratto con gli italiani».

Nasce da questo comportamento l'incognita sul programma. Basterà una «politica debole» per affrontare e risolvere i gravi problemi sul tappeto? In particolare, che fine faranno le riforme, soprattutto quelle istituzionali, già avviate e di cui l'Italia ha estremo bisogno per condurre a termine la sua transizione verso una democrazia matura? Infatti, nel decennio trascorso - specialmente nell'ultima Legislatura -, nonostante contraddizioni e difficoltà, è stato compiuto un bel tratto di strada: dalla riforma della spesa pubblica e dal risanamento delle finanze (che hanno reso possibile l'ingresso dell'Italia nell'Euro) alla riforma della pubblica amministrazione con le «leggi Bassanini», alla riforma in senso fortemente federalista degli enti pubblici territoriali, alla riforma scolastica, eccetera.

Basterà una «politica debole» per portare a buon fine queste importanti riforme, in parte incompiute e improrogabili per la crescita del Paese? Non si può più tornare indietro. é auspicabile, perciò, che il cammino iniziato prosegua in leale dialogo e in dialettica costruttiva con l'opposizione.

3. L'incognita dei cattolici democratici

Infine, ci preme sottolineare una terza incognita: quale futuro attende i cattolici democratici nel mutato contesto politico del dopo-voto?

Non è esagerato affermare che la data del 13 maggio 2001 è destinata a segnare la fine definitiva della DC, non solo come partito ma anche come nostalgia. L'insuccesso elettorale del Biancofiore e di Democrazia Europea ha posto una pietra sui ricorrenti tentativi velleitari di rifondare la vecchia «Balena bianca». Nello stesso tempo, la forte affermazione della Margherita (di cui il PPI e i Democratici sono elemento portante), che ha conseguito alla Camera il 14,5 % dei voti e 76 seggi e al Senato 42 seggi, conferma che la scomparsa definitiva del partito DC e della sua nostalgia non equivale però alla fine del cattolicesimo democratico, che riteniamo sia più corretto (storicamente e idealmente) denominare «popolarismo». Questa tradizione politica continua - e deve continuare - negli ideali e negli uomini che tuttora vi si riconoscono, sebbene essi debbano trovare strade diverse da quelle del passato anche prossimo. La prospettiva di nuovi possibili orizzonti per il popolarismo esce rafforzata dalla concomitanza di un duplice evento: l'insignificanza politica di chi guardava indietro (Biancofiore e Democrazia Europea) e la forte affermazione di chi, come la Margherita, guarda avanti.

Proprio per questo, sarebbe prematuro se la Margherita, sull'onda del successo, forzasse i tempi per trasformarsi in un unico partito, soprattutto se intendesse farlo riproducendo la forma-partito tradizionale. Quest'ultima ha fatto il suo tempo, come dimostra pure la forte caduta dei DS dal 21,2 % (1996) al 16,6 %. Dunque, il problema di una forma nuova di presenza e di partecipazione politica si pone anche per gli eredi delle altre tradizioni politiche, a cominciare da quella socialista. Di questo, peraltro, sembra che essi siano sempre più consapevoli.

In altre parole, la semplificazione del quadro politico, imposta dal bipolarismo e dalla riforma dello Stato in senso federativo, esige che la conduzione centralistica dei partiti tradizionali lasci il passo a una forma nuova, più flessibile e trasparente, di partecipazione popolare alla elaborazione della politica nazionale. Non più partendo dal centro verso la base, ma a partire dal territorio, dalle regioni e dalle «cento città», fino a risalire al vertice. In questo senso sembra auspicabile che la Margherita, più che trasformarsi subito in un partito (che rischierebbe di avere una identità indistinta), perfezioni gradualmente, partendo dal basso, quella forma di «area» democratica e popolare che già, in certa misura, la caratterizza.

Pur collocandosi all'interno del centro-sinistra (come sembra più coerente con la tradizione del cattolicesimo democratico e con la dottrina sociale della Chiesa), questa «area» popolare democratica sarebbe una presenza non contrapposta, ma complementare ad altre forme di presenza: sia nel centro-destra, sia nell'incontro «trasversale» tra cattolici e laici di buona volontà, ovunque collocati. In particolare, questa «trasversalità» dovrebbe verificarsi (come già è accaduto alcune volte durante l'ultima Legislatura) ogni qualvolta siano in discussione temi e valori fondamentali che toccano la dignità della persona e i diritti umani inalienabili. Infatti, le nuove sfide etiche non sono solo - come alcuni pretendono - «temi specifici» della Chiesa, non sono cioè temi «confessionali», ma costituiscono la nuova «questione sociale» del XXI secolo, come lo furono - in epoche diverse - prima il conflitto capitale-lavoro, poi lo scontro tra liberalismo e socialismo, infine il confronto ancora drammaticamente attuale tra il Nord ricco e il Sud povero del mondo.

La prospettiva da noi qui formulata, con gli elementi di proposta concreti che contiene, non pretende di presentarsi come l'unica valida. Il nostro si propone come un contributo che si colloca nella stessa linea di ricerca, orientata al comune obiettivo di promuovere un sistema politico bipolare, animato da grandi idealità e valori, connotato da un forte grado di partecipazione politica popolare, capace di promuove nel modo più efficace il bene comune del Paese. é questo sostanzialmente il senso dell'«area popolare democratica» da noi proposta.

In conclusione, di fronte al prevalere in Italia della cultura politica neoliberista, i cattolici impegnati in politica, dovunque militino - nell'uno e nell'altro Polo -, sono chiamati ad agire sempre in coerenza con i valori essenziali e irrinunciabili della concezione cristiana dell'uomo e della società. Dal canto loro, le comunità ecclesiali dovranno attrezzarsi sul piano pastorale per offrire a tutti i laici, comunque impegnati socialmente e politicamente, l'opportunità di dialogo e di un comune discernimento, alla luce della fede e del Magistero sociale.

Sarebbe questo uno dei modi migliori di mostrare - come chiede il Papa - la sollecitudine che la Chiesa ha per l'Italia, la quale, «dopo aver attraversato un decennio di forti contrasti e cambiamenti, ha bisogno di stabilità e di concordia per poter esprimere le sue grandi potenzialità» (Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea Generale della CEI, 17 maggio 2001, n. 3).