Editoriale - maggio 2001

Senza voltarsi indietro

Bartolomeo Sorge S.I.
direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 


Come a ogni vigilia elettorale, puntuali tornano gli interrogativi di sempre. Due sono i più comuni: al di là della selva di proposte e di sigle che si contendono il nostro voto, in realtà qual è la vera posta in gioco delle elezioni del 13 maggio? E la Chiesa che cosa dice in proposito?

1. La risposta alla domanda sulla posta in gioco non può essere la stessa che abbiamo dato altre volte. Infatti negli anni della «transizione», e in particolare durante l'ultima legislatura, sono stati compiuti passi decisivi che hanno avviato l'Italia verso una democrazia più matura. Alcune scelte sono rimaste incompiute, non solo per le difficoltà interne alla maggioranza e per l'ostruzionismo dell'opposizione, ma anche perché la loro attuazione richiede obiettivamente tempi medio-lunghi. Perciò, il confronto tra i due opposti schieramenti - l'Ulivo e la Casa delle Libertà - si gioca sulla valutazione da dare del cammino degli ultimi anni: è stato solo una parentesi da chiudere al più presto, per riprendere il discorso interrotto dalla crisi politica degli anni Novanta, oppure è stato un netto progresso verso la democrazia dell'alternanza, che consente maggiore stabilità di Governo e una più efficace azione riformatrice, da proseguire con coraggio? Andare avanti o voltarsi indietro?

Fuori di metafora: il bipolarismo, che il referendum del 1993 ha introdotto con il sistema elettorale maggioritario uninominale, pur corretto da una quota proporzionale, è stato un errore che si deve correggere tornando al sistema proporzionale puro, oppure bisogna percorrere fino in fondo la strada intrapresa? Le prime riforme istituzionali verso un assetto di tipo federale, compiute dal Parlamento con le leggi costituzionali del 22 novembre 1999 e dell'8 marzo 2001, sono state un passo falso oppure vanno portate a termine? Il superamento dei vecchi partiti ideologici è da ritenere definitivo, oppure assisteremo al ritorno, accanto alla rifondazione comunista, di una rifondazione democristiana, di una rifondazione socialista, di una rifondazione della vecchia coalizione di Centro?

Sta qui la vera posta in gioco delle elezioni del 13 maggio. La differenza tra i due Poli non verte tanto sulla lista delle cose da fare nella prossima legislatura, molte delle quali sono imposte dalla congiuntura o dalla nostra appartenenza all'Europa; la vera divergenza (oltre che su alcuni punti non trascurabili del programma, quali la politica migratoria, il rapporto tra politica e magistratura, la politica del lavoro e quella fiscale) riguarda soprattutto il modello stesso di società e di Stato. Quale Italia vogliamo costruire?

A questo punto, non possiamo nascondere il timore (espresso pure da personalità di diversa estrazione culturale), di fronte ad alcune prese di posizione di noti leader dell'opposizione, che rivelano uno scarso senso dello Stato, una insofferenza per le regole democratiche e una tendenza accentratrice e censoria, che non lasciano presagire nulla di buono. Andare avanti o voltarsi indietro?

2. Di fronte alla scadenza elettorale, come si pronuncia la Chiesa? é divenuto usuale, da parte dei vertici ecclesiastici, ripetere ciò che autorevolmente Giovanni Paolo II disse al Convegno nazionale ecclesiale di Palermo (1995): la Chiesa non si schiera per nessun partito, per nessuna coalizione; neppure ha una sua preferenza per l'uno o l'altro assetto istituzionale, purché sia conforme alle regole della democrazia.

Questo atteggiamento della Chiesa è suggerito dalla preoccupazione, da un lato, di mantenersi fedele alla propria missione essenzialmente etico-religiosa e, dall'altro, di evitare che il legittimo pluralismo politico dei fedeli generi divisioni nella comunità ecclesiale. Tuttavia, ciò non toglie nulla al grave compito che la Chiesa ha di formare le coscienze dei cristiani e di illuminarle sul dovere di impegnarsi politicamente in coerenza con i valori evangelici.

In altri termini: la doverosa equidistanza dei Pastori dalle diverse forze politiche non comporta affatto neutralità o indifferenza della Chiesa verso le culture politiche che ispirano i differenti partiti. Alla luce della dottrina sociale della Chiesa, non è indifferente che un programma si ispiri a una cultura politica ed economica neoliberista, individualistica e meramente efficientistica, oppure a una cultura popolare e sociale, solidaristica e responsabile. Il Magistero sociale, mentre è in consonanza con quest'ultima, è severamente critico verso la prima.

In ogni caso, anche coloro che aderiscono a programmi meno vicini al Magistero, dovranno sempre comportarsi - come ogni cristiano - in coerenza con la propria coscienza. Cosicché i cattolici, a qualunque programma politico aderiscano, non potranno non trovarsi uniti nell'affermazione e nella difesa dei valori e dei diritti fondamentali della persona, secondo la visione evangelica dell'uomo e della società. Se, da un lato, essi non dovranno mai venir meno al rispetto della laicità della politica e al dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, dall'altro, però, non esiteranno a testimoniare nei fatti che esiste uno stile cristiano nell'agire politico.

Proprio per questo - giunti a un bivio decisivo del rinnovamento del nostro Paese - auspichiamo che, dopo aver messo mano all'aratro, il 13 maggio si abbia il coraggio di andare avanti. Senza voltarsi indietro.