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Editoriale - maggio 2000 | |
| L'impegno sociale dei gesuiti oggi | |
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Bartolomeo Sorge
S.I. | |
| In pratica oggi i gesuiti sono chiamati a un triplice impegno: 1) ripensare la loro vocazione sociale, alla luce delle ultime Congregazioni Generali; 2) fare un serio esame di coscienza sui ritardi e le resistenze che ancora frenano l'apostolato sociale di tanti gesuiti; 3) seguire alcuni orientamenti comuni.
I profondi cambiamenti culturali, sociali ed ecclesiali degli ultimi decenni - osserva il padre Kolvenbach - non potevano non coinvolgere la Compagnia di Gesù, che vive agli avamposti del servizio cristiano nel mondo. Pertanto, dando uno sguardo al cammino fatto, il Padre Generale ricorda che - già venticinque anni fa - la Compagnia avvertì il bisogno di convocare in via straordinaria la Congregazione Generale 32ª (1974-1975), per ripensare l'identità del gesuita. La prima conseguenza fu che l'impegno sociale dei gesuiti - di cui il padre Janssens aveva parlato nel 1949 - non si può ritenere un settore specifico di apostolato, riservato a pochi soggetti specializzati, ma va considerato come dimensione intrinseca di tutte le opere apostoliche della Compagnia. La Congregazione Generale 32ª, infatti, ridefinì così l'identità del gesuita: essere gesuiti oggi "vuol dire impegnarsi, sotto il vessillo della croce, nella battaglia cruciale del nostro tempo: la battaglia per la fede e la lotta, che essa include, per la giustizia" 4. Infatti - spiegò -, "la missione della Compagnia di Gesù oggi è il servizio della fede, di cui la promozione della giustizia costituisce un'esigenza assoluta in quanto fa parte di quella riconciliazione tra gli uomini, richiesta dalla loro riconciliazione con Dio" 5. Dunque, l'attenzione verso i problemi della giustizia e della promozione umana è direttamente collegata al carisma originario di sant'Ignazio, qual è contenuto negli Esercizi Spirituali e nelle Costituzioni. Ciò spiega perché i gesuiti si presentarono, fin dagli inizi, come "uomini di frontiera, la cui casa è il mondo", pronti ad andare in ogni luogo dove si speri maggior gloria di Dio: là cioè dove l'uomo vive e cresce, dove soffre e muore; là dove si progetta e si costruisce la società di domani; là dove la testimonianza della fede e l'unità della Chiesa sono più minacciate. "Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti" 6. Il padre Kolvenbach, nella sua Lettera, ribadisce questa nota specifica della vocazione del gesuita: "Fin dalle origini stesse della Compagnia - scrive -, l'opzione preferenziale per i poveri, assumendo forme diverse secondo i tempi e i luoghi, ne segna tutta la storia" (n. 2). Infatti, fu sant'Ignazio stesso a cogliere chiaramente il nesso intrinseco che unisce tra loro annuncio del Vangelo e impegno per la giustizia. Già nella Carta fondamentale dell'Ordine (la Formula Instituti Societatis Iesu), dopo aver spiegato che la missione della Compagnia è di aiutare gli uomini ad aprirsi a Dio e a vivere integralmente il Vangelo, passando poi a parlare dei mezzi necessari di cui il gesuita si dovrà servire in questa sua missione, il Fondatore pone sullo stesso piano il "servizio della fede" (Verbi Dei ministerium) e il "servizio della carità" (caritatis opera), cioè l'annuncio del Vangelo e l'impegno per la giustizia animato dalla carità. Lo stesso sant'Ignazio fa alcuni esempi di questo "servizio della carità" (la riconciliazione tra i dissidenti, il servizio agli ammalati negli ospedali, l'aiuto ai carcerati), ma aggiunge subito che si tratta appunto solo di "esempi": altri impegni di carità e di giustizia i gesuiti potranno e dovranno prendere, secondo che lo esigeranno i tempi, le circostanze, la gloria di Dio e il bene comune (prout ad Dei gloriam et commune bonum expedire visum erit) 7. Dopo il richiamo alle origini, la Lettera del padre Kolvenbach riconosce che una spinta decisiva verso una nuova consapevolezza del carisma ignaziano in campo sociale fu favorita dal Concilio Vaticano ii oltre che dalle gravi sfide del nostro tempo; e molto pure si deve al padre Pedro Arrupe, il quale "riprese questo orientamento apostolico appassionatamente e lo basò solidamente sulla relazione, interamente evangelica, fra la giustizia sociale [...] e il comandamento nuovo dell'amore" (n. 2). Perciò i gesuiti, riuniti nella 32ª Congregazione Generale, avendo acquisito una coscienza più chiara che "il cammino verso la fede e il cammino verso la giustizia sono inseparabili" e che "perciò [fede e giustizia] non possono essere separate nei nostri programmi, nella nostra azione, nella nostra vita" 8, non esitarono a compiere profeticamente la "scelta decisiva" di "impegnarsi, sotto il vessillo della croce, nella battaglia cruciale del nostro tempo: la battaglia per la fede, e la lotta, che essa include, per la giustizia. [...] vedendo in tale scelta l'elemento centrale che definisce, nel nostro tempo, l'identità dei gesuiti nel loro essere e nel loro operare" 9. Pertanto, "essere gesuiti" oggi significa impegnarsi a tradurre il Vangelo nella cultura, nei problemi e nei comportamenti degli uomini e della società del nostro tempo, e ciò comporta che i discepoli di Ignazio riproducano nella propria vita e nella propria azione questa identità rinnovata del gesuita del terzo millennio 10.
Dopo la Congregazione 32ª, la Compagnia ha intensificato notevolmente il proprio impegno per la fede e per la giustizia evangelica. Oggi i gesuiti mirano a rendersi più presenti alle nuove frontiere della evangelizzazione e della promozione umana, contro ogni forma di violenza e di ingiustizia. Essi intendono annunziare il Vangelo impegnandosi in iniziative concrete contro la fame, che ancora affligge un miliardo di esseri umani; contro il debito internazionale che soffoca i Paesi del Terzo Mondo, producendo nuove forme di colonialismo e di sfruttamento; contro il razzismo in tutte le sue forme, dalla discriminazione per il colore della pelle ai rigurgiti di egoismo contro gli immigrati; contro la criminalità organizzata, dall'anonima sequestri alle diverse ramificazioni della mafia; contro la guerra e il corteo di barbarie che sempre l'accompagna: stragi di innocenti, rifugiati, devastazioni; contro le nuove povertà umane della società del benessere, dalla emarginazione degli handicappati agli attentati alla vita umana. Tutto ciò, anche in obbedienza alla missione ricevuta da Paolo vi e confermata da Giovanni Paolo ii di impegnarsi contro l'ateismo teorico-pratico, che si manifesta nella concezione economicistica della vita, nell'edonismo e nel relativismo etico, nella negazione di ogni principio morale assoluto, fino a confondere la libertà con il libertinaggio. Su tutti questi fronti della evangelizzazione e della promozione umana i gesuiti sanno di rischiare la vita: "Negli ultimi anni - scrive il Padre Generale nella sua Lettera -, quasi a conferma della missione per la fede e la giustizia in modo provvidenziale Dio ha concesso alla Compagnia il misterioso dono del martirio" (n. 4). Tutto ciò, però, non autorizza a nascondere i ritardi, le paure e le resistenze, che tuttora frenano il rinnovamento. Perciò, il padre Kolvenbach chiede a tutti di fare un serio esame di coscienza. Il nostro apostolato sociale - denuncia il Padre Generale - "manifesta preoccupanti debolezze. I gesuiti disponibili per l'apostolato sociale sembrano essere in numero sempre più ridotto e dotati di minore preparazione, e quanti già vi sono impegnati sono a volte scoraggiati e dispersi, e patiscono una certa mancanza di collaborazione e organizzazione" (n. 5). Certo, questa crisi è dovuta pure a fattori esterni, in particolare ai mutamenti socio-culturali del nostro tempo. Tuttavia, se non si reagisce subito e con vigore, l'apostolato sociale della Compagnia rischia di perdere forza e slancio, direzione e incisività. In ogni caso, questi ostacoli non intaccano affatto la validità della "scelta decisiva" compiuta. Indietro non si torna, come ebbe a dire il padre Arrupe nel 1978: è un processo irreversibile, "tornare indietro ci sarebbe vietato dalla fedeltà alla nostra vocazione, e si rivelerebbe anche impossibile nell'attuale dinamica dei bisogni della Chiesa e del mondo" 11. È necessario dunque, da un lato, intensificare l'impegno formativo e gli sforzi per eliminare i residui della vecchia mentalità; dall'altro, bisogna superare timori e difficoltà discernendo in concreto quali nuove sfide l'evangelizzazione e la promozione umana pongono all'apostolato sociale nelle diverse situazioni in cui i gesuiti operano: "Occorre - scrive il padre Kolvenbach - continuamente ri-scoprire e ri-discernere - in situ - le domande e le sfide che le recenti Congregazioni Generali pongono all'azione sociale della Compagnia nelle società, nelle culture e nelle religioni di oggi" (n. 6). Secondo quali orientamenti?
Il padre Kolvenbach ne indica solo alcuni, più importanti e universali. La prima cosa da fare - dice - è coordinare le forze e gli sforzi di tutti. Già il padre Janssens, cinquant'anni fa, insisteva sulla necessità del coordinamento, per una maggiore efficacia dell'apostolato sociale dei gesuiti: "quanto frutto recherà la Compagnia - esclamava - se, con forze unite, con umiltà e fortezza ci accingeremo unanimi al lavoro!" 12. Quello che ieri era un auspicio, oggi è divenuto una necessità. Infatti, ai nostri giorni, i problemi sociali sono più complessi e si possono risolvere solo attraverso un approccio interdisciplinare e con iniziative diverse e convergenti. Pertanto, di fronte alla pluralità dei metodi operativi e dei modelli organizzativi a cui bisogna fare ricorso nell'apostolato sociale, il padre Kolvenbach esorta a sfruttare al massimo le potenzialità di cui la Compagnia dispone in quanto "corpo apostolico". Si tratta, in sostanza, di unire le forze e le iniziative, garantendo nello stesso tempo un amplio flusso di informazioni utili e aggiornate, così da "sfruttare meglio le possibilità che ci sono aperte dal fatto di essere un corpo apostolico universale e internazionale" (n. 8). Il secondo orientamento non è meno importante. Si tratta di integrare tra loro i differenti piani o livelli in cui si esplica la multiforme presenza e azione dei gesuiti sul piano sociale, "consapevoli del fatto che le strutture della convivenza umana sono di vari generi, non solo economiche o politiche, ma anche culturali e religiose; tutte condizionano la vita degli uomini, tutte possono renderla più fragile o distruggerla, e tutte sono suscettibili di essere impregnate dal Vangelo e di incarnare maggiore giustizia e carità" (n. 6). Per questo, mentre si fanno ricerche e analisi teoriche, è importante prestare attenzione al territorio e ai contesti concreti in cui si opera. Non avrebbe senso per la Compagnia dedicarsi nei Centri Studi Sociali alla ricerca scientifica o nelle Scuole di Formazione Politica alla preparazione di nuovi leader, se mancasse un rapporto diretto con quei gesuiti che operano nelle situazioni concrete di emarginazione e di povertà; perciò - esorta il Padre Generale -, "mettiamoci attivamente alla ricerca di modalità per combinare la competenza nell'analisi sociale e nella riflessione teologica con l'esperienza della vicinanza ai poveri e del lavoro con coloro che patiscono ingiustizie di ogni sorta" (n. 8). Infine, un terzo orientamento ha oggi una importanza fondamentale nell'apostolato sociale della Compagnia: la collaborazione con i laici non gesuiti. Senza il contributo determinante dei laici, non è più possibile l'apostolato sociale. Bisognerà pertanto aprire ai laici il ricco patrimonio della spiritualità ignaziana, rispettando ovviamente la loro coscienza, e valorizzare le capacità e l'esperienza di cui sono portatori: "pare indispensabile - scrive il padre Kolvenbach - garantire loro l'accesso al patrimonio della spiritualità e dell'esperienza apostolica della Compagnia, cui potranno attingere per integrare il personale bagaglio di capacità e talenti. Occorre offrire ai nostri collaboratori occasioni di apprendimento, riflessione, preghiera e formazione permanente, sempre nel più profondo rispetto delle loro convinzioni religiose" (n. 8). Queste, dunque, sono le prospettive e gli orientamenti generali a cui i gesuiti sono chiamati a ispirare oggi l'apostolato sociale. La Lettera termina, affermando che il rinnovamento dell'impegno per una vita di fede radicale che si esprime nella lotta per la giustizia costituisce una preziosa opportunità ("una grande grazia") per il rinnovamento della stessa Compagnia. Ne è persuaso il p. Kolvenbach. E noi con lui.
1 Cfr J.-B. Janssens, Istruzione sull'apostolato sociale (10
ottobre 1949), in L'apostolato sociale della Compagnia di Gesù.
Documenti di un secolo di storia, San Fedele Edizioni, Milano 1998,
93-110.
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